Cosa c’è che non va nella meritocrazia? Da anni siamo talmente immersi in discorsi e racconti sulle meravigliose virtù di questa parola che è difficile persino porsi la domanda. Eppure sarebbe il caso di farlo, come argomenta il libro del docente di filosofia politica di Harvard Micheal Sandel. Qui si annidano infatti alcune delle ragioni che alimentano le simpatie nei confronti di movimenti populisti in tutto il mondo occidentale. Qui le origini dell’elezione di Donald Trump o della Brexit. Voti con il “dito medio” ma spesso molto più consapevoli di quanto non raccontano molti commentatori. Circoscritta ad alcuni ambiti la meritocrazia è qualcosa di sano e desiderabile. Non lo è più se viene utilizzata come prima pietra su cui edificare una società. Oppure come foglia di fico per nascondere la totale inazione dei governi in tema di ingiustizia sociale. Quello che invece hanno fatto negli anni le forze cosiddette progressiste, dai labouristi di Tony Blair (e tardivi imitatori italici), ai social democratici tedeschi di Gerhard Shroeder, passando per Barak Obama o Hillary Clinton .

La finzione del merito – La meritocrazia, ricorda Sandel, nella realtà non esiste. Negli Stati Uniti, gli studenti della Ivy League (il gruppo di università più prestigiose del paese, ndr) provenienti dal 50% più povero della popolazione sono il 4% del totale. Gli alunni che arrivano dall’1% delle famiglie più abbienti sono di più di quelli che provengono dal 50% meno benestante. Spesso chi viene ammesso nelle scuole di élite non è più intelligente o più meritevole. Spesso è solo chi ha avuto alle spalle una famiglia che lo ha sostenuto negli studi, gli ha permesso di frequentare corsi di preparazione ai test di ammissione o di fare sport come la vela o l’equitazione che danno “crediti” e facilitano l’ammissione. In Europa la situazione è meno estrema, almeno in certi paesi, ma la direzione è la stessa e la retorica meritocratica è altrettanto tambureggiante.

Il tradimento delle forza progressiste – Negli ultimi decenni la risposta delle forze progressiste alle diseguaglianze crescenti è stata sempre una: più scuola. “Per le forze politiche progressiste ogni problema economico è un problema di insufficiente educazione scolastica, in altri termini un fallimento degli “sconfitti” dalla globalizzazione nel procurarsi giuste competenze e giuste credenziali”, scrive Sandel. Usato in questo modo l’argomento diventa però uno specchietto per le allodole. Un modo per distogliere l’attenzione da altri fattori, più rilevanti, che hanno determinato e determinano l‘incremento delle iniquità, come l’azzeramento delle capacità contrattuali dei lavoratori, dovuto anche alla polverizzazione dei sindacati o come sistemi fiscali che favoriscono le fasce più benestanti della popolazione. La risposta che viene offerta è tutt’al più una via di fuga, non un rimedio.

“What you can earn depends on what you can learn”, quello che può guadagnare dipende da quanto tu impari, ripeteva ossessivamente Bill Clinton. E pazienza per chi era ormai fuori tempo massimo o per chi, anche volendo, all’università non ci poteva andare. La stessa litania è stata ripetuta da Barack Obama, Hillary Clinton e altri leader europei progressisti. L’espressione “you deserve”, tu meriti, voi meritate, compare su libri e articoli 4 volte di più rispetto al 1970.

Una società meritocratica significa arroganza, rancore e violenza Siamo poi davvero convinti che edificare una società sul concetto di meritocrazia sia una buona scelta? Far passare l’idea, molto opinabile, che un individuo ricopra una certa posizione esclusivamente per i suoi meriti o demeriti è pericoloso. Tutto il merito di un successo o il peso di un fallimento viene caricato sul singolo individuo, assolvendo in toto l’organizzazione sociale di cui fa parte. Così, chi sta in vetta diventa arrogante, pensa si meritarsi tutto quello che ha, ed è meno incline ad atteggiamenti solidaristici. Chi sta in basso sviluppa sensi di colpa, per lo più immotivati. Il senso di colpa si evolve facilmente in rancore, peggio in violenza. Il professore Martin Delay dell’università dell’Ontario ha accuratamente documentato come il livello di diseguaglianze di una società ,sia la variabile più strettamente correlata al tasso di omicidi. E invece le elites sul concetto di meritocrazia ci marciano e ci marciano eccome. Un modo per lavarsi le mani, lasciare le cose come stanno e per giustificare i propri privilegi. Sandel definisce anche il concetto di “credenzialismo”: entri in certe cerchie sociali solo se puoi esibire determinate credenziali. Il valore di una laurea ad Oxford o ad Harvard risiede più in questo che nel livello di preparazione e competenze che fornisce. “Il credenzialismo è oggi l’unico pregiudizio socialmente accettato”, scrive Sandel e alimenta l’arroganza intellettuale di chi sta ai vertici.

“Probabilmente siamo troppo intelligenti, troppo sottili e raffinati”. Così un esponente dell’Esecutivo di Emmanuel Macron a risposto a chi gli chiedeva, durante le proteste di piazza francesi, se il governo avesse sbagliato qualcosa. Il fatto che si possa arrivare a risposte di questo tipo la dice lunga di quanto siderale sia ormai la distanza che si è creata tra elites e gran parte dell’ elettorato. “Abbracciamo la globalizzazione e la prosperità che porta e usiamola per attenuare le sofferenze per le classi lavoratrici”, questa è stata la promessa che i partiti progressisti hanno fatto al loro elettorato tradizionale. Ma questa promessa non è mai stata mantenuta e quando le fasce si sentono abbandonate è naturale, e comprensibile, che cedano alle sirene del populismo.

Governare non si impara all’università – Tra l’altro, documenta Sandel, questa superiorità delle capacità di governo delle elites con credenziali è tutta da dimostrare. Le principali doti che dovrebbe avere chi governa sono visione politica e virtù civiche. Non esattamente quello che viene insegnato all’università. Come ricorda l’autore, alcuni dei presidenti statunitensi più apprezzati di sempre, come George Washington, Abramo Lincoln e Harry Truman non avevano frequentato il college. Frank Delano Roosvelt, che pure aveva studiato Haravard, contava nel suo entourage, diversi esponenti privi di “credenziali” universitarie tra cui lo strettissimo consigliere Harry Hopkins, era un assistente sociale. L’esito finale dei ragionamenti di Sandel non è affatto che l’istruzione non sia importante o che la cultura non abbia un valore. Non è neppure che tutti dovrebbero essere uguali impiegati alla pari. Non è una celebrazione dell’uno vale uno.

E’ semplicemente un invito a dare al “merito” il giusto significato, il giusto valore e a impiegarlo nei giusti contesti. Senza che diventi la (finta) stella polare delle nostre società come accaduto negli ultimi 40 anni. In precedenza la meritocrazia non era vista come un qualcosa di particolarmente desiderabile. L’assunto era che quello che una persona guadagna dipende in buona misura da fattori fuori dal suo controllo, come il livello di domanda di uno specifico talento e il fatto che i talenti e le capacità di cui una persona è dotata siano rari o molto diffusi. Poi le cose sono cambiate. I risultati, sia economici che sociali, sono tutt’altro che entusiasmanti.

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