La quota di pil spesa in pubblicità è più alta nei Paesi in cui è maggiore la disuguaglianza. E i cittadini di quei Paesi passano più tempo a cercare su Google le marche del lusso ritenute simbolo di distinzione sociale. Al tempo stesso, in quelle società i bambini e ragazzi che arrivano da famiglie di basso status si sentono meno intelligenti e capaci di risolvere problemi rispetto ai coetanei ad alto reddito. Sono due delle decine di ricerche che Chiara Volpato, professore di Psicologia sociale all’università di Milano-Bicocca, passa in rassegna nel suo Le radici psicologiche della disuguaglianza (editore Laterza) per raccontare come mai le disuguaglianze siano in continuo e progressivo aumento ma chi le subisce tenda ad accettarle invece che contrastarle.

Le grandi disuguaglianze hanno costi privati – senso di insicurezza, impotenza e sfiducia, ansia, stress – ma sono anche causa di problemi sanitari e sociali, di un rafforzamento del razzismo e della violenza e, in ultima analisi, di una “minore felicità collettiva“, argomenta Volpato. Al contrario le società egualitarie mostrano buoni livelli di fiducia sociale e coesione, mentre al crescere della disuguaglianza diminuiscono sia la fiducia sia la partecipazione dei cittadini alla vita civile e democratica, perché gli svantaggiati perdono la speranza di poter cambiare la situazione impegnandosi attivamente. E questa involuzione, a sua volta, è collegata ad un aumento di evasione fiscale, corruzione e reati. Così si materializza un quadro di “infelicità collettiva“, tensione sociale, instabilità politica, aumento dell’incidenza dei disturbi psichici. E pure minore disponibilità ad accogliere immigrati, rifugiati e richiedenti asilo, diretto risultato del fatto che le classi inferiori temono la competizione per il lavoro e le risorse e quelle superiori si convincono che cambiare lo status quo andrebbe a loro svantaggio.

Perché allora le disparità aumentano, i patrimoni continuano a essere concentrati nelle mani di pochi ma le politiche di redistribuzione non prendono piede e chi più subisce le disuguaglianze continua a tollerarle? Per capirlo, secondo Volpato, l’approccio economico e quello sociologico non bastano: occorre indagare i meccanismi psicologici e cognitivi che portano i privilegiati a percepire come legittima la propria superiorità e gli svantaggiati a giustificare e sostenere lo status quo. Meccanismi alimentati, spiega il saggio, anche da “credenze acritiche nella meritocrazia” e nella possibilità di una mobilità ascendente in realtà sempre più rara. A sua volta, poi, la concentrazione del potere economico “rafforza il potere politico dei privilegiati“, spianando la strada a decisioni che favoriscono il famigerato “1%” che gode di ricchezze superiori a quelle del restante 99% della popolazione.

Il saggio argomenta la tesi della legittimazione delle disuguaglianze con gli strumenti della psicologia sociale, analizzando i meccanismi e le credenze con cui i gruppi privilegiati “costruiscono” la propria superiorità (come quella che Volpato definisce “l‘ideologia neoliberista“) e i fattori per cui il 99% si adatta e accetta la realtà sociale come immutabile. Ogni capitolo è ricco di esempi tratti da esperimenti e ricerche condotti in tutto il mondo, che rivelano verità decisamente scomode. Per esempio che fin dalle elementari i bambini interiorizzano gli stereotipi di classe, per cui le prestazioni di quelli che arrivano da famiglie di basso status peggiorano quando prima di un test si chiede loro che cosa fanno o quanto guadagnano i genitori. Oppure che il denaro cambia le persone modificandone i processi cognitivi ed emotivi: un gran numero di studi dimostra come sia sufficiente “attivare il concetto di denaro” nella mente di un individuo per renderlo più propenso a lavorare da solo per raggiungere un obiettivo individuale ma meno sensibile ai bisogni degli altri e meno empatico. Di più: far balenare sullo schermo del computer l’immagine di un biglietto da 100 dollari basta per accrescere la preferenza nei confronti di un sistema di libero mercato pure nel campo del trapianto di organi.

E ancora: vivere in condizioni di povertà riduce la capacità cognitiva, agendo come una vera e propria “tassa sulla mente”. E “alcuni tratti caratteriali – autostima eccessiva, grande capacità di persuasione, fascino, spregiudicatezza, assenza di rimorsi, capacità di manipolazione, tratti che permettono di fare ciò che si vuole quando si vuole senza curarsi delle conseguenze – accomunano criminali psicopatici e persone di successo, come manager e leader politici”.

Dopo aver descritto i processi di legittimazione e colpevolizzazione, Volpato suggerisce anche una ricetta per intervenire sulle disuguaglianze: innanzitutto “aumentare l’istruzione di tutti i ceti sociali“, poi lavorare per sostituire “l’individualismo esasperato che costituisce il nocciolo dell’ideologia imperante” con “un pensiero fondato sulla considerazione e sulla promozione del bene comune“. La conclusione, inevitabile, è la stessa a cui arriva Thomas Piketty nel suo Il capitale nel XXI secolo: serve una presa di posizione politica, perché nella politica ci sono sia il nucleo della disuguaglianza sia la possibilità di ridurla. Uno sguardo all’evoluzione delle divisioni politiche in Europa e negli Stati Uniti, però, non fa ben sperare. I ceti popolari, come rilevato dallo stesso Piketty, non si sentono più rappresentanti dai partiti di sinistra – che attirano invece le fasce più istruite – e tendono sempre più all’astensionismo o ad aderire ai nuovi movimenti sovranisti, con l’eccezione però delle minoranze come gli immigrati di seconda generazione. Le classi meno favorite sono dunque più divise e ancora meno in grado di farsi sentire.

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