di Andrea Marchina

Dopo le dimissioni dei ministri italovivi su ordine dell’ex sindaco fiorentino, avevamo un desiderio e due scenari possibili. Il desiderio era vedere Matteo Renzi, in attesa della sua definitiva scomparsa alle prossime elezioni, quantomeno fuori dai giochi della maggioranza e del Governo che aveva contribuito a picconare fino a un minuto prima. Mentre il primo scenario – trovare un manipolo di senatori disposti a entrare in maggioranza e sostituire i renziani – serviva a scongiurare il secondo, ovvero mesi di sospensione dei lavori in piena pandemia tra campagna elettorale, elezioni, formazione di una nuova maggioranza e tempo necessario affinché i nuovi ministri possano riprendere in mano le redini dei dossier più urgenti.

Saltato il primo scenario, per l’impossibilità (o la non volontà) di trovare i numeri necessari in Parlamento, abbiamo scoperto che alle elezioni in realtà non ci vuole pensare nessuno. Né le forze di maggioranza, né il Presidente della Repubblica e – guarda guarda – nemmeno quelli che le chiedevano da un anno come un disco rotto sono più così convinti di volerle davvero. Con il conseguente risultato di veder andare in fumo anche il nostro unico desiderio (peraltro rimasto tale da quel lontano 2016).

Se, da una parte, avere la poltrona garantita per altri due anni fa comodo a tutti, ho la sensazione che, in tempi normali, sia Conte (in caso di reincarico) che le altre forze di maggioranza sarebbero scivolati alle elezioni senza troppe remore, pur di vedersi levare di torno il rottamatore ed evitare la terribile umiliazione di doverselo andare a riprendere, magari chiedendo pure per favore. Elezioni, peraltro, dall’esito meno scontato rispetto a qualche tempo fa, con M5S, Pd e LeU più compatti e un Presidente del Consiglio uscente così popolare.

Se dell’innegabile umiliazione che dovranno subire le forze di maggioranza può fregarci ben poco, gli effetti devastanti di un Renzi ancor più galvanizzato e di un micro partito ancor più consapevole della sua paradossale importanza numerica ce li dovremmo ingoiare tutti noi. Tuttavia, un modo per contenere il pericolo ci sarebbe pure. Infatti, i renziani giurano (con le mani dietro la schiena) di essere interessati ai temi e non alle poltrone, ai contenuti e non ai nomi. Benissimo, ho sempre pensato che tutti meritino la ventisettesima possibilità.

M5S, Pd e LeU si siedano dunque al tavolo con Italia Viva, discutano di quello che c’è ancora da migliorare nel piano di ripresa, ricordino loro che la delega ai servizi segreti è stata ceduta e si assicurino pure che il nuovo delegato sia di loro gradimento. E – suvvia – approvino pure il Mes in Consiglio dei Ministri (tanto lo sanno tutti che nell’attuale Parlamento non passerebbe mai).

Facciano tutto questo, ma a tre condizioni. Il reincarico a Conte, il ‘no’ assoluto al Ministero della Giustizia (che rimane a Bonafede) e a quello dell’Economia (che rimane a Gualtieri) e un limite al numero di Ministeri da assegnare ai renziani (soprattutto a quelli di spesa). In questo modo si farebbe solo del bene: al Paese, riuscendo ad evitare le elezioni e limitando i danni del renzismo; ma pure allo stesso Renzi e gli italovivi, che potranno finalmente dimostrare a tutti di aver davvero a cuore i temi e non le poltrone, i contenuti e non i nomi. Si sa mai che li si aiuterebbe pure nell’impresa di raggiungere un 3%.

In alternativa, Renzi avrà davvero vinto e noi avremo lasciato le chiavi del Paese in mano a chi, quattro anni fa, prometteva di lasciare la politica per sempre.

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