di Serena Verrecchia

Ha sbagliato tutto, Giuseppe Conte. Dal principio, da quando si è lasciato scegliere dalla politica. Parola sporca, la politica. Idea rugosa, sciupata, avariata. Ci sguazzano dentro vecchi rottami, coscienze liquide che assumono ogni volta una forma diversa a seconda del recipiente. Il potere si passa il testimone senza debordare dai propri confini. È un pantano paludoso e stagnante in cui ci si sporca sempre con lo stesso fango.

Conte ce l’hanno buttato dentro senza stivali, con un impermeabile un po’ raffazzonato per proteggersi dagli schizzi più insidiosi. Doveva sporcarsi le mani, lasciarsi imbrattare dal liquido lascivo dell’avarizia, e invece si è accomodato giusto qualche passo più in là, dove la luce del sole prosciugava gli acquitrini e gli consentiva di evitare le pozzanghere. Doveva imparare il linguaggio della politica, la fraseologia fuorviante del potere, e invece ha continuato a parlare alla gente comune, come se nulla fosse. Come se tutto gli fosse concesso.

Doveva urlare, sbraitare, imbestialirsi, agitare un po’ di fuliggine e nascondercisi dentro, invece si è ostinato ad ascoltare e a misurare i toni. Doveva semplicemente vomitare uno slogan dietro l’altro, ripararsi dietro lo scudo del politichese, arroccarsi tra le mura inscalfibili della retorica di palazzo, e invece si è intestardito a dover spiegare i concetti, articolare i discorsi, a scegliere le parole buone.

Conte ha sbagliato tutto, per questo alla fine lo hanno braccato. Avrebbe dovuto sistemarsi due o tre questioni personali, mettere al riparo i suoi interessi, accontentare famigliari, amici, cugini, vecchi zii di cui non ricordava neppure il nome, amici degli amici, segretari degli amici degli amici, portaborse dei cugini degli amici degli amici. Invece niente, si è fissato con quell’idea assurda che l’interesse generale valga più di quello personale. Che gli Italiani vengano prima. Ma non rispetto alla povera gente che qui ci passa per caso: rispetto al proprio “io” totalizzante.

Giuseppe Conte doveva essere un attimino più egocentrico, narcisista, egoista. Doveva stravaccarsi sul divano ogni tanto, farsi una corsetta, ordinare un mojito, prendersi una pausa. Macché, si è messo in testa di dover lavorare, di doversi rimboccare le maniche e convocare riunioni fiume in piena notte. Di chiedere scusa dopo un errore, di assumersi delle responsabilità. Doveva lasciare le cose storte, ché il potere si preserva proprio perché si insinua nelle incrinature, nelle deformazioni. Invece, chissà perché, lui si era convinto di poterle raddrizzare alcune cose.

Giuseppe Conte ha sbagliato tutto. Doveva passare per i giornalisti, non mettersi in testa di gestire la comunicazione da sé. Doveva andare ad elemosinare interviste, non schivare la televisione. Doveva accattivarsi le simpatie di editori, direttori, opinionisti, conduttori. Ammansirli e ingraziarseli, sussurrando le paroline che volevano ascoltare loro, mica quelle che gli frullavano nella testa. Doveva legarsi a qualche gruppo di potere, dialogare con le lobby, lasciare la porta aperta per il potente di turno. Doveva lasciarsi stordire dalla labirintite del potere, farsi contagiare dalla schizofrenia della morale pubblica.

Doveva scegliersi un partito e curarne gli interessi, anche perché dove si è visto mai che un leader politico si carica sul groppone i problemi di tutto il Paese e non solo di quei voti che camminano e che vanno spremuti e spolpati? Ma che si era messo in testa di fare? Di restituire credibilità a un Paese assuefatto al marciume? Di ridare un briciolo di dignità a una parola sporca come la politica?

Avrebbe dovuto fare semplicemente tutto ciò che i politici hanno sempre fatto: svuotare la sua funzione di ogni valore e metterla al servizio del potere che ricicla se stesso. Avrebbe dovuto essere tutto ciò che i politici sono sempre stati: coscienze rotte, tasche da riempire, gente assetata e senza vergogna, pozzanghere. E invece no, Conte voleva essere Conte. Gli sta bene.

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