Nella gerarchia dei trofei, la Supercoppa italiana viene terza e ultima dopo campionato e Coppa Italia. Si colora come antipasto di stagione o esotica kermesse. Stavolta non era né l’una, né l’altra, e non è stata nemmeno una grande sfida, che vive del valore delle due protagonista. Nel gelo di Reggio Emilia, sul campo malmesso e le tribune vuote del Mapei Stadium, Juventus e Napoli hanno dato l’impressione di giocare una finale tanto per giocarla. Segna Ronaldo, chiude Morata allo scadere, mentre Szczesny para e soprattutto Insigne sbaglia il rigore del pareggio. Vincono i bianconeri, e alla fine festeggiano, quasi per dovere, ma forse soprattutto per sollievo. È una vittoria che non vale tanto, specie per chi ha vinto tutto negli ultimi nove anni in Italia, ma almeno allontana la crisi.

In questi casi si dice partita tattica, bloccata, come tutte le finali, ma in realtà si è vista solo una brutta partita. Per 45 minuti, i primi, le squadre si sono letteralmente trascinate. Per altri 45 minuti, i secondi, hanno regolato i conti, che alla fine hanno premiato la squadra più forte e convinta, almeno stasera. La Juve di Pirlo non ha entusiasmato, ma ha fatto grossi passi avanti rispetto alla squadra molle, spenta, sfilacciata sonoramente battuta dall’Inter domenica. Merito anche dei cambi. Ad esempio tornava Cuadrado (ed era mancato, viste le sofferenze del sostituto Frabotta sull’altra fascia). Morata ha lasciato spazio alla verve di Kulusevski e McKennie, al netto dello svarione sul penalty, ha dato una grossa mano in mezzo alla coppia centrale, sovrastata domenica a San Siro e decisamente più solida con l’americano. Non una Juventus stellare, ma quantomeno credibile.

Il Napoli invece è sempre il solito, 4-2-3-1 orfano delle sue punte Osimhen (ancora ai box) e Mertens (ancora in panchina). Ma soprattutto attendista. Qui non è questione di modulo o di uomini ma di atteggiamento. Quella vocazione al bel calcio riscoperta quest’anno da Gattuso, anche con buoni risultati (il 6-0 domenica alla Fiorentina, la classifica più che dignitosa), viene però dimenticata, accantonata quando si affronta una grande, o almeno la Juve, o almeno stasera. E col senno di poi, considerato la Juve che c’era di fronte, forse è questo il rimpianto più grande per gli azzurri.

Il Napoli ha lasciato sistematicamente la palla alla Juve di Pirlo, che ama tanto il possesso (anche se a volte non sa che farsene), sistemandosi nella sua metà campo e attendendo il momento buono per ripartire. In fondo è la stessa tattica che gli aveva già regalato la Coppa Italia dopo il lockdown, ma stavolta non ha funzionato. Stavolta il risultato è che a lungo non succede nulla. La prima e unica occasione è un miracolo di Szczesny su Lozano, che prende il tempo a Danilo ma da due passi centra il portiere. Avesse segnato, forse la gara si sarebbe indirizzata sul binario progettato da Gattuso ma è davvero troppo poco per recriminare.

La Juventus, invece, nonostante un’impressione decisamente migliore rispetto alla brutta figura di San Siro, in un tempo praticamente non ha tirato in porta. La svolta però arriva ad inizio ripresa. Bernardeschi appena entrato (al posto di Chiesa infortunato) dopo una manciata di secondi si ferma sulla linea di porta. Manolas sfiora un clamoroso autogol. Sembra che la Juventus sia più convinta e decisa degli avversari. Non è solo un’impressione. Dal calcio d’angolo successivo arriva il vantaggio, del solito Ronaldo, che ormai è spesso un corpo avulso nello sviluppo del gioco ma in mezzo all’area si fa trovare sempre pronto, e non sbaglia mai, figuriamoci se i difensori avversari sbagliano il rinvio e gli lasciano la palla nell’area piccola, solo da spingere dentro.

A quel punto il Napoli è costretto ad alzare i ritmi, a far entrare Mertens, a segnare e non solo provare a farlo se capita. Il gol ha sbloccato la Juve tatticamente e psicologicamente. Per i bianconeri sembra tutto più semplice, fino a quando non si complicano la vita da soli: McKennie in area si addormenta, si fa rubare il tempo da Mertens e poi calcia lui invece che il pallone. Doveri non vede nulla, il Var per fortuna sì ed è rigore. La seconda svolta del match, che però resta incompiuta: dal dischetto Insigne calcia molto a lato. E di fatto la coppa prende la strada di Torino. Le ultimissime occasioni arrivano nel recupero, quando la partita praticamente è già finita: Szczesny para ancora su Lozano, Morata in contropiede firma il 2-0 a porta vuota. La Supercoppa è della Juve. È il trofeo meno importante che c’è. Ma è pur sempre un trofeo. Nonostante tutto, Pirlo ne ha già vinto uno.

Twitter: @lVendemiale

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Lotito ci riprova: ineleggibile in Figc per limite dei mandati, si candida lo stesso perché per lui è incostituzionale la legge che lo esclude

next
Articolo Successivo

Qualcuno era calciatore e votava comunista. Boninsegna: “Mio padre morto per la fabbrica. Senza il pallone, quello era il mio destino”

next