Donne autonome economicamente, in grado di dare il loro apporto alla famiglia senza dover dipendere dal marito e senza la paura di parlare la propria lingua o vestirsi con gli indumenti tipici del loro popolo: sono queste le battaglie che la nuova ministra boliviana della Cultura, Decolonizzazione e Depatriarcalizzazione, Sabina Orellana Cruz, ha combattuto durante tutta la sua attività al servizio della Confederazione Nazionale delle Donne Campesine, Originarie e Indigene della Bolivia ‘Bartolina Sisa’, e che ora intende portare avanti a livello nazionale in questo nuovo ruolo.

Di etnia quechua, femminista, storica attivista impegnata nella formazione di donne leader, cresciuta in una piccola fattoria, Sabina Orellana Cruz lo ha detto fin dal giorno del suo insediamento dello scorso 20 novembre, alla presenza del neo presidente socialista Luis Arce: “Sono una donna orgogliosa delle mie radici perché sono quechua, e tutti noi dovremmo sentirci orgogliosi di essere di origini indigene. Assumere questo incarico è una grande sfida, specialmente per noi donne indigene, sempre sminuite. Tutti i boliviani dovrebbero sentirsi orgogliosi – ha aggiunto – di essere e di indossare le nostre gonne, i nostri sandali, i nostri cappelli, i nostri Ch’ullus”, oltre a parlare le lingue delle 36 nazionalità che compongono lo Stato Plurinazionale, poiché queste “sono le nostre radici”. E non è un caso che abbia fatto riferimento alle gonne tradizionali (dette polleras), sandali e cappelli, perché in Bolivia le donne di etnia quechua o aymara che li indossano sono spesso oggetto di discriminazioni e attacchi. Aggressioni che sono aumentate parecchio durante l’ultimo anno sotto il governo dell’ex capo di stato ad interim, Jeanine Añez. “La fine del razzismo è responsabilità di tutti muovendosi verso una convivenza pacifica in cui nessuno vede una donna o un uomo inferiore perché diversi, siamo diversi come i colori della nostra wiphala”, ha sottolineato in riferimento alla bandiera quadrangolare di sette colori, originariamente utilizzata da alcuni popoli andini.

Ecco perché uno dei suoi primi atti come ministra è stato quello di avviare un’indagine per razzismo e discriminazione sui membri dell’Unión Juvenil Cruceñista e Resistencia K’ochala (due associazioni di estrema destra) per gli atti commessi a gennaio 2020 nella città di Cochabamba contro le donne indigene durante il governo di Añez “solo per aver indossato la pollera o avere i capelli raccolti in trecce”.

Altro fronte su cui vuole lavorare la neoministra è ovviamente la cultura, in particolare quella indigena: “Lavoreremo sulle arti e sulla cultura, dall’est e all’ovest, dalla campagna alla città, lavoreremo insieme, vi chiedo di darmi l’opportunità di lavorare per una gestione culturale collettiva e diversificata, a beneficio del nostro popolo boliviano”. La pandemia ha provocato un danno enorme agli artisti. Dopo che la Añez aveva giustificato la soppressione del ministero della Cultura lo scorso giugno, definendo la “cultura come una spesa assurda”, Orellana ha assicurato in questi giorni che si cercherà di riattivare l’economia facendo attività culturali “ma con una pianificazione coordinata tra governo, ministero, e a livello locale. Riattiveremo il progetto della Cooperazione italiana, rimasto paralizzato con la pandemia, con cui sarà possibile far arrivare fondi a 32 progetti”. Bisogna riattivare la cultura rispondendo alla domanda dei popoli indigeni boliviani che vivono sia in campagna che in città, “perché tutti i boliviani hanno radici indigene”. E infine un obiettivo ambizioso di lungo periodo: costruire “una patria decolonizzata, depatriarcalizzata, orgogliosa delle proprie radici e della sua grande ricchezza culturale indigena. Penso che questa sarà – ha concluso – la migliore eredità per i nostri figli e le nostre figlie che vivono nello Stato plurinazionale della Bolivia”.

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