In Italia ci sono 1,7 milioni di pazienti dimessi-guariti da Covid. Possono essere vaccinati in un secondo momento oppure devono avere la stessa priorità di chi non ha mai avuto la malattia o è stato contagiato? È una domanda che sta dividendo la comunità scientifica. Per l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Humanitas di Rozzano (Milano): “Sarebbe saggio per la comunità che non abbiano la priorità al vaccino in questa fase”. Anche perché i casi di reinfezione sono molto rari. Di diverso avviso l’immunologa Antonella Viola, ordinario di Patologia del Dipartimento di scienze biomediche dell’Università di Padova, questa possibilità “è troppo rischiosa, non si può essere certi della protezione. Non tutti restano protetti a lungo”. Per Massimo Galli, infettivologo e primario al Sacco, e per Andrea Crisanti, microbiologo e ordinario a Padova, i vaccini approvati non prevedevano la somministrazione ai guariti e andrebbe comunque data priorità a chi non è si mai ammalato. Una valutazione fatta già oltre un mesa fa dal professor Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma.

La protezione degli anticorpi, naturalmente prodotti dai guariti Covid, avrebbe una durata ancora non precisamente definita: un arco di tempo che va di 5 agli 8 mesi come ipotizzato in uno studio recentemente pubblicato su Science. Ma il grado di protezione può dipendere da vari fattori perché il livello di anticorpi presente nel singolo soggetto guarito è variabile (dipende dall’intensità del Covid affrontato, più è stata grave più sarà alto il livello di anticorpi). Guido Chichino, primario di Malattie infettive del Santi Antonio e Biagio di Alessandria sostiene che “chi ha un titolo anticorpale ancora alto, potrebbe aspettare a vaccinarsi. Io mi sono vaccinato solo dopo aver riscontrato che non avevo anticorpi”. Ma anche questo aspetto non è definitivo “non sappiamo se e chi dei guariti ha ancora anticorpi sufficienti per la protezione e se pure facessimo un saggio sierologico per dosarli non potremmo comunque farci affidamento totale perché ancora non sappiamo quale sia il titolo anticorpale sicuramente protettivo – spiega Antonio Cassone, ex direttore Malattie Infettive dell’ISS e membro dell’American Academy of Microbiology – né abbiamo altri correlati di protezione – certo è che – le persone che hanno superato la malattia, quando si reinfettano (raro), hanno un quadro morboso molto attenuato, questo è stato osservato quasi in tutti i reinfettati”. Secondo la ricerca pubblicata su Science, la protezione anticorpale dei guariti potrebbe durare appunto 8 mesi (95% di memoria immunitaria in tre compartimenti immunologici). Nonostante ciò restano ancora molti dubbi sulla durata e il livello protettivo minimo degli anticorpi neutralizzanti. Concetto assodato e noto è che “chi ha contratto un’infezione virale che porta allo sviluppo di anticorpi neutralizzanti ha una protezione maggiore rispetto a quella indotta dal vaccino per la stessa infezione”, puntualizza Guido Chichino. Lo scienziato Mantovani, tra gli italiani più citati al mondo, ritiene che “sappiamo con ragionevole certezza che chi ha avuto Covid in forma sintomatica si riammala molto raramente. Sarebbe saggio per la comunità che non abbiano la priorità al vaccino in questa fase”.

Un altro capitolo riguarda le reazioni avverse dopo la somministrazione. Possono essere segnalate online sul sito di www.vigifarmaco.it, o rivolgendosi al proprio medico (che poi compilerà il modulo sul sito). In questa scheda, predisposta dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), manca una domanda significativa e precisa sull’anamnesi, ovvero: hai avuto Covid-19? Non essendoci la domanda diretta questo rischia di non permettere una raccolta dati efficacie di informazioni proprio nel sottogruppo dei guariti Covid. Su questa piattaforma confluiscono i dati che porteranno a valutazioni da parte delle agenzie di vigilanza. A sottolineare l’importanza di questo sottogruppo di “guariti Covid” è proprio Massimo Galli: “Nessun dato scientifico sostiene la immediata necessità e la sicurezza del vaccino nel loro caso. Nei guariti non va quindi praticato almeno fino a che non ne sapremo di più. Per rendere le cose comode e non porci il problema di capire chi si sta vaccinando, (se è già stato infettato oppure no), facciamo dei disastri”.

Sul sito dell’Aifa, nella sezione Faq sul vaccino – pagina che ora è off-line – alla domanda 18 “Chi ha già avuto un’infezione da Covid-19, confermata, deve o può vaccinarsi?” si poteva leggere: “[…] Coloro che hanno avuto una diagnosi di positività a COVID-19 non necessitano di una vaccinazione nella prima fase della campagna vaccinale […]”, tuttavia, come ricorda Roberto Cauda – direttore di Infettivologia dell’ospedale Gemelli di Roma “allo stato attuale non vi sono controindicazioni a procedere alla vaccinazioni di soggetti che hanno già sofferto della malattia Covid19. Del resto uno studio pubblicato recentemente su Nature, ha indicato che la presenza di anticorpi neutralizzanti è in genere limitato nel tempo. Ma, va anche aggiunto che sul sito Aifa si legge che si può dilazionare la vaccinazione nei soggetti che hanno avuto Covid, rimandandola in una fase più avanzata”. Questo potrebbe dirottare dosi vaccinali da chi ha già avuto Covid a chi non ha mai incontrato Sars-Cov2, ampliando la platea dei possibili protetti dal virus.

Il Fatto Quotidiano ha raccolto alcuni dati di un’Asl del nord, in cui sono state vaccinate 5000 persone. Gli effetti collaterali sono stati registrati in 15 casi (0.3% del totale): nessuno grave. Ma la “metà in chi aveva già avuto Covid”. Interpellato sul dato al momento solo aneddotico il professor Guido Rasi – ex direttore esecutivo dell’Ema e docente di Microbiologia all’università di Tor Vergata: “Penso che sia un segnale, merita di essere analizzato e monitorizzato nell’ambito della farmacovigilanza”.

Lo studio su Science

Lo studio su Nature

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