A Firenze, nel carcere di Sollicciano, tre agenti penitenziari sono stati arrestati e si trovano ora ai domiciliari con l’accusa di tortura e falso ideologico in atto pubblico: si tratterebbe di un’ispettrice, un capoposto e un agente. Mentre altri sei agenti sono stati interdetti dall’incarico per un anno e sottoposti all’obbligo di dimora nel comune di residenza.

Le nove misure cautelari, disposte dal gip del Tribunale di Firenze, su richiesta del sostituto procuratore Christine Von Borries, sono state eseguite la mattina dell’8 gennaio. Agli indagati vengono contestati degli episodi che risalirebbero al 2018 e al maggio scorso, quando alcuni detenuti avrebbero subito pestaggi riportando gravi lesioni come la rottura delle costole e di un timpano. Ma a essere contestato è anche il reato di falso ideologico in atto pubblico, perché secondo l’accusa gli agenti avrebbero fatto passare gli abusi come episodi di resistenza da parte dei detenuti.

L’ufficio di un’ispettrice penitenziaria del carcere di Sollicciano sarebbe stato usato come luogo di torture inflitte per punire detenuti con pestaggi e umiliazioni. È quanto emerge dall’indagine della procura di Firenze che ha portato all’arresto della donna, una 50enne residente a Firenze, di un agente e di un capoposto della polizia penitenziaria. Secondo quanto ricostruito, il 27 aprile 2019 un detenuto di origine marocchina, colpevole di aver risposto male a un agente, sarebbe stato condotto nell’ufficio e picchiato con violenza da almeno sette agenti. Prima sarebbe stato colpito con pugni, schiaffi e calci fino a impedirgli di respirare, poi in due gli sarebbero saliti sulla schiena e lo avrebbero ammanettato, per poi portarlo in una stanza di isolamento. Qui l’uomo sarebbe stato costretto a togliersi i vestiti e a rimanere nudo davanti agli agenti per circa tre minuti, prima di essere portato in infermeria. “Ti massacriamo”, gli avrebbe perfino detto il capoposto prima che partisse il pestaggio. “Ecco la fine di chi vuole fare il duro”, lo avrebbe ammonito un altro agente mentre era nudo e ferito nella stanza di isolamento. A seguito dell’episodio il detenuto ha riportato 20 giorni di prognosi per la frattura di due costole e un’ernia all’altezza dello stomaco. Sempre secondo le ricostruzioni del pm, per coprire il pestaggio avvenuto davanti a lei nel suo ufficio, l’ispettrice avrebbe redatto una relazione in cui dichiarava che i colleghi erano stati costretti a intervenire perché il marocchino aveva cercato di aggredirla sessualmente. In un’altra circostanza, non collegata a questo episodio, parlando di un altro detenuto, straniero, gli agenti lo avrebbero definito “un cammello”, che deve essere “trattato come un cammello”. Inoltre, sempre dagli atti, nel dicembre del 2018 un altro detenuto, italiano, sarebbe stato immobilizzato da otto agenti nell’ufficio del capoposto e picchiato fino a perforargli un timpano.

L’inchiesta, condotta anche attraverso intercettazioni ambientali nel carcere, sarebbe nata dagli accertamenti su alcune denunce per resistenza a pubblico ufficiale a carico dei detenuti presentate dagli stessi agenti che, per l’accusa, sarebbero risultate false. I detenuti vittime dei presunti pestaggi, avvenuti uno nel 2018 e un altro del 2020, sarebbero uno di nazionalità italiana e uno marocchina. Le indagini sono state condotte dal nucleo investigativo della polizia penitenziaria. “I fatti, se confermati, sarebbero gravissimi e inammissibili per un paese civile”, ha dichiarato il Garante della regione Toscana dei detenuti, Giuseppe Fanfani, premettendo sul caso di Sollicciano che “non si conoscono ancora gli atti” e che è quindi necessario “attendere le verifiche della magistratura”. “Il rapporto con i detenuti deve essere gestito con grande prudenza istituzionale e sociale, trattandosi di persone private della libertà, soggette alla autorità altrui, prive di mezzi di difesa, e come tali deboli – aggiunge Fanfani – Questa loro posizione di soggezione, deve imporre rispetto e rende intollerabile qualsiasi atto che, trasmodando dal ruolo proprio della polizia penitenziaria, trascenda in violenza, soprattutto se gratuita”. Il fine del carcere, conclude Fanfani, dovrebbe essere quello di “indirizzare i detenuti al recupero e al reinserimento in società”.

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