Una storia di sanità veneta dalle ambizioni elefantiache, di spreco di risorse pubbliche, di calcoli sbagliati e di politica. Il Centro Protonico di Mestre, ipotizzato più di dieci anni fa e mai realizzato, ha portato a una condanna per danno erariale da parte della sezione regionale della Corte dei Conti di Mestre a carico di tre amministratori dell’Aulss 3 dell’epoca, per una somma complessiva di 3 milioni 773 mila euro. Volevano realizzare una struttura di eccellenza, che avrebbe dovuto curare almeno 1.600 pazienti all’anno (al costo di 20mila euro l’uno), per non trasformarsi in una voragine finanziaria. Ma se l’avessero davvero completata, il danno per le casse pubbliche sarebbe stato di qualche centinaio di euro, visto che il Consorzio che aveva vinto la concessione avrebbe incassato un canone annuale di circa 33 milioni di euro del project financing per 15 anni, anche se non fosse entrato un solo paziente nella struttura. I vertici sanitari veneziani vennero bloccati dalla stessa Regione Veneto, ma ne è scaturita una serie di contenziosi giudiziari, con un esborso di 6 milioni di euro. Ma soltanto 3,7 milioni sono stati contestati, perchè relativi al periodo successivo alla stipula di una convenzione con il concessionario che era priva di finanziamento e avalo regionale.

A pagare la metà (un milione 886 mila euro) sarà l’ex direttore generale dell’Ulss veneziana, Antonio Padoan, mentre la parte restante (943 mila euro ciascuno) sarà suddivisa tra l’ex direttore amministrativo Alessandra Massei e l’ingegner Girolamo Strano, ex direttore tecnico e responsabile unico del procedimento. Per evitare la condanna, Mantoan ha sostenuto che il progetto del Centro Protonico per la cura di malati di tumore ebbe nel 2005 il placet dell’allora presidente della giunta regionale, Giancarlo Galan, poi diventato ministro e quindi coinvolto nello scandalo Mose. Poi nel 2010 fu eletto governatore Luca Zaia e il nuovo responsabile della Sanità veneta era diventato Domenico Mantoan. Il progetto era stato bloccato, nonostante nel 2010 Padoan avesse dichiarato: “Non sono pessimista e credo ancora che Mestre potrà avere il Centro protonico. Sono certo che il presidente Zaia vorrà dare il suo sostegno nell’interesse di tutte le persone che ogni giorno con coraggio combattono la loro battaglia contro il male”. Invece in Regione avevano fatto i conti e capito che l’iniziativa non si poteva sostenere.

La convenzione fu firmata a fine 2010 da Padoan con un Consorzio di privati composto da Babcock & Brown, Condotte, Gemmo, Medipas, Accel Instruments Gmbh. Già prima di quella data erano stati espressi pareri condizionati o critici da parte di una Commissione ispettiva sanitaria, della Commissione per l’investimento in tecnologia ed edilizia e del Nucleo regionale di valutazione e verifica. Inoltre, visto l’andamento fortemente negativo dei bilanci dell’Azienda sanitaria veneziana, la segreteria Regionale Sanità aveva chiesto di valutare la sostenibilità economica del progetto, invitandola a soprassedere alla sottoscrizione della convenzione. La proposta finanziaria prevedeva già a priori l’equilibrio finanziario del concessionario. Il canone annuo di disponibilità era di 15,5 milioni di euro all’anno per 15 anni, ma con altre voci (compreso il costo del personale) si sarebbe arrivati a una trentina di milioni. Per raggiungere il breackeven point si ipotizzò che i malati potessero arrivare perfino dall’Ungheria e comunque il Centro avrebbe dovuto essere l’unico in Veneto. La Regione divenne cauta già nel 2009, ipotizzando la necessità di un bacino d’utenza di 4 mila pazienti.

Quando nel 2012 Padoan andò in pensione, il Centro non era decollato (anche se era stato inserito nella programmazione regionale 2006-08) e il Consorzio notificò una diffida alle autorità sanitarie per farsi pagare. Ma il finanziamento della Regione non era mai stato autorizzato e il Centro non rientrava nemmeno negli atti programmatori più recenti. Nel frattempo era stato attivato a Trento un centro protonico simile, a cui erano stai indirizzati solo 55 pazienti veneti in un anno e mezzo tra il 2014 e il 2015. E questo dimostrava che il calcolo dei malati da curare a Mestre era stato sovrastimato di almeno trenta volte.

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