Era peggio quando era meglio, potremmo dire al termine dell’anno peggiore della nostra vita, ma che regge il confronto con quelli che l’hanno preceduto. Perché bisogna sempre diffidare della nostalgia canaglia, che ci rende dolci nella memoria le nostre peggiori esperienze. E che spesso tralasciamo di ricordare abbagliati dall’unico vero merito del tempo che fu, cioè quando eravamo giovani. Non sono pensierini alla rinfusa, ma il condensato storico di una bella serie che dal 16 dicembre si potrà vedere in esclusiva su TvLoft e su app TvLoft (disponibile anche su smart tv), dal titolo: ‘Stato di crisi’. Realizzata da Matteo Billi e Simone Manetti, art direction di Pier Paolo Balani e Giulia Segoni della squadra di Loft Produzioni, rievoca in otto puntate gli eventi che, dall’attentato a Palmiro Togliatti fino al G8 di Genova hanno segnato in modo drammatico la storia repubblicana.

Per me che commentavo in studio quelle vicende (di alcune sono stato testimone come cronista) è stato uno straordinario ripasso dell’Italia peggiore. E anche un’efficace pietra di paragone tra ieri e oggi, nella fase in cui l’imperversare della pandemia ci appare come la tempesta perfetta. Innegabile che essa ci incuta paura, con un aspetto però che in quasi tutti gli stati di crisi vissuti dal nostro paese era limitato o assente: una certa coesione nazionale. Pensiamo all’Italia del dopoguerra, niente affatto pacificata, con le piazze disseminate di morti dove imperversavano i celerini di Mario Scelba. Oppure alla risorgenza fascista che nei tempi bui del governo Tambroni condusse il paese sull’orlo della guerra civile. Poi, a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, le Br assassine con le bombe “nere”, disseminate sui treni. La macelleria alla stazione di Bologna, sempre con la complicità dei Servizi cosiddetti deviati (che poi non si è mai capito se ne esistessero di non deviati). E i vertici dello Stato impestati dal complotto eversivo piduista? E lo stragismo di Cosa Nostra? E l’impero della ‘ndrangheta, padrona a casa nostra? Quindi, la tempesta di Tangentopoli. Il “G8” di Genova, con i massacri della Diaz e di Bolzaneto perpetrati dai torturatori in divisa. Qualcuno può davvero rimpiangere le massicce ruberie politico-camorristiche che segnarono la ricostruzione dell’Irpinia terremotata? O la mattanza di magistrati e servitori dello Stato, culminata con la cancellazione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, e della loro eredità morale? Forse, in un solo caso la nazione e le sue istituzioni si strinsero senza distinzioni di parte a difesa della democrazia scossa, e fu dopo il rapimento e il successivo assassinio di Aldo Moro. Infatti, soprattutto grazie a quell’unità nazionale il terrorismo rosso fu definitivamente sconfitto.

Nessuno di questi capitoli di sangue può essere paragonato a un cataclisma virale che in undici mesi ha provocato oltre 60mila morti. Eppure, nell’inevitabile concerto di critiche e di polemiche, per la stragrande maggioranza dei cittadini oggi le istituzioni restano un punto di riferimento. Mentre il tentativo dei negazionisti, e dei riduzionisti sovranisti non ha fatto grandi danni, confinabile per ora nelle categorie del disagio mentale e della miserabile speculazione elettorale. Rispetto al passato, insomma si possono nutrire fondate speranze che da questo stato di crisi possiamo uscire (quasi) tutti insieme. Se migliori o peggiori, al momento nessuno può dirlo.

Da Il Fatto Quotidiano del 16 dicembre 2020

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