Le indagini sull’uccisione di Giulio Regeni al Cairo, all’inizio del 2016, hanno imboccato una strada senza ritorno. I pm di Roma che indagano sul caso del giovane ricercatore di Fiumicello, ritrovato senza vita lungo l’autostrada del deserto tra la capitale egiziana e Alessandria, stanno per notificare la chiusura dell’inchiesta entro il 4 dicembre, termine previsto dalla legge, ai cinque agenti della National Security egiziana sospettati di essere i responsabili del sequestro e dell’omicidio del giovane italiano.

Questo nonostante l’Egitto non abbia ancora comunicato, come più volte richiesto dalle rogatorie inviate da Roma, il domicilio degli indagati, mantenendo ben fermo quel muro di gomma con il quale più volte i procuratori si sono dovuti scontrare. Una protezione dei loro servizi segreti che adesso però dovrà fare i conti con una chiusura delle indagini da parte dei pm romani, ai quali il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha sempre mostrato, a parole, la massima disponibilità, dimostrando, nei fatti, l’esatto opposto. E la telefonata di ieri tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il leader egiziano aveva proprio questo scopo, riferisce Repubblica: “Non c’è più tempo”, ora serve collaborazione, dovete comunicare i domicili degli indagati, avrebbe ripetuto il premier al presidente egiziano.

Adesso sta al regime di al-Sisi, già penalizzato a livello internazionale dalla perdita di un alleato importante come Donald Trump, poco interessato al rispetto dei diritti umani nel mondo, e con la preoccupazione degli enormi interessi che legano Italia ed Egitto, a dover decidere quale faccia mostrare al mondo: quella di un Governo che finalmente collabora con la giustizia italiana sull’uccisione ingiusta di un ragazzo appena 28enne, mandando così a processo i propri uomini della Sicurezza interna, oppure quella di un regime dalle mille ombre, capace di far sparire nel nulla un giovane ricercatore straniero colpevole solo di fare ricerche per un progetto universitario nel Paese dei Faraoni.

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