Gli scandali che coinvolgono l’ex re di Spagna Juan Carlos I sembrano non avere fine. Il padre di Felipe VI, in esilio volontario negli Emirati Arabi da agosto, è attualmente indagato per tre casi che coinvolgono conti offshore, tangenti dall’Arabia Saudita e rapporti con un oscuro uomo d’affari messicano. Le magistrature spagnola e svizzera stanno lavorando per mettere insieme tutti i tasselli e ricostruire i passi del monarca, ma più si va avanti e più affiorano ulteriori dettagli. Gli ultimi riguardano proprio la scoperta di alcuni conti milionari nell’Isola di Jersey gestiti da società a lui vincolate.

Juan Carlos ha abdicato in favore del suo unico figlio maschio nel 2014, perdendo automaticamente l’immunità che il suo ruolo gli concedeva. La sua credibilità e l’appoggio dell’opinione pubblica erano già stati minati da episodi come la battuta di caccia in Botswana nel 2012, mentre il Paese pativa le conseguenze della crisi economica, e il caso di appropriazione indebita ai danni dello Stato che portò all’arresto di suo genero Iñaki Urdangarin e all’incriminazione di sua figlia Cristina. Le indagini giudiziarie stanno cercando di dimostrare la condotta fraudolenta del re emerito soprattutto da quando ha lasciato il trono, nonostante alcuni episodi risalgano a molto prima.

Non è la prima volta che compaiono piste su conti correnti sospetti. A marzo, la polizia giudiziaria svizzera ha comunicato l’esistenza di due fondazioni in cui Juan Carlos risulta come uno dei principali beneficiari. Per prendere le distanze dalla vicenda, Felipe VI ha deciso di rinunciare all’eredità del padre e lo ha privato dei contributi annuali da 200mila euro provenienti dal bilancio della Casa Reale.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata però a luglio, quando Corinna Larsen, amica e secondo molti amante di Juan Carlos, ha dichiarato di aver ricevuto in dono 65 milioni di euro attraverso un fondo nelle Bahamas. Questa cifra corrisponde alla parcella richiesta dal monarca nel progetto di costruzione di un treno ad alta velocità tra La Mecca e Medina per il suo ruolo di mediazione tra il governo dell’Arabia Saudita e un consorzio formato principalmente da imprese spagnole. In cambio della sua intercessione, Juan Carlos sarebbe riuscito a convincere il consorzio a presentare un’offerta dal costo più ridotto. L’immunità di cui godeva all’epoca non permette di incriminarlo per questo caso, ma la Corte suprema spagnola sta cercando di capire se si sia reso colpevole di evasione fiscale o riciclaggio per aver depositato il denaro in conti offshore.

Diverso è invece il caso che lo lega a Allen Sanginés-Krause, un oscuro imprenditore messicano che vive a Londra. Di lui si hanno poche informazioni e si conosce un’apparizione pubblica ripresa da El País, dove ha riassunto perfettamente il suo stile di vita: “L’unica cosa che ho saputo fare è stata creare problemi, cercare di uscirne e divertirmi nel processo”. La magistratura sta indagando sul denaro messo a disposizione da Sanginés-Krause e utilizzato da Juan Carlos attraverso carte di credito che non risultano a suo nome. In questo caso, il re emerito non potrebbe godere dell’immunità, perché i fatti risalgono a un periodo compreso tra il 2016 e il 2018.

Negli ultimi anni è cresciuta la percentuale di spagnoli che vorrebbe abolire la monarchia e imporre una repubblica, rispettivamente il 51% contro il 34,6%, secondo il Centro di Indagini Sociologiche. Podemos, il partito di Pablo Iglesias, si è fatto portavoce di una parte consistente di giovani che chiede di indire un referendum e non si sente rappresentato dalla famiglia reale. I tempi di coloro che si definivano “juancarlisti” sono lontani, eppure il re in esilio è stato fondamentale durante la transizione dal regime franchista alla democrazia e ha assunto un ruolo di prim’ordine specialmente dopo la condanna in diretta televisiva del tentato golpe di Stato del 23 febbraio 1981. Mentre la Giustizia indaga sui suoi movimenti economici, il monarca potrebbe concludere la sua esistenza lontano dal suo Regno.

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