Ho capito, finalmente, il significato di Stati Generali: si tratta di un consesso in cui sono ammessi a parlare i soliti noti, quelli che vengono definiti “vertici” del Movimento 5 Stelle, insomma, i “Generali”, appunto. Stati e stanti, perché di certo non schiodano né mi meraviglierebbe un prossimo “lodo terzo mandato” per permettere a chi è seduto su una poltrona di rimanerci a vita.

La lista dei Trenta ammessi a parlare alla giornata finale di quello che è il vero e proprio primo congresso di partito di quello che fu il Movimento 5 Stelle raggruppa il solito Luigi Di Maio, accompagnato dalla solita squadra di parlamentari (per lo più) e consiglieri comunali (tracce).

Di attivisti appena sette, meno del 25%, laddove gli iscritti a Rousseau sono quasi 190mila. E meno male che tutta la discussione delle pantagrueliche adunate online delle ultime settimane ha sempre avuto al centro la necessità di ritrovare e rilanciare l’azione dei territori e sui territori, con le pressanti richieste dei gruppi di attivisti di contare qualcosa all’interno del partito, di essere riconosciuti nello Statuto, di avere una valenza giuridica.

Che la scelta online dei trenta a parlare dei problemi del Movimento fosse una farsa si è capito subito con la presenza tra i candidati da votare di tutta una schiera di deputati, senatori ed eletti a Bruxelles. Come se la crisi devastante del Movimento non fosse opera loro, come se le elezioni europee e poi quelle regionali siano state un disastro per colpa degli attivisti, non per le scelte verticistiche e incomprensibili di chi gestisce il partito che li ha abbandonati se stessi.

A questo punto giova ricordare i successi strategici di chi ha gestito finora il Movimento. Un “successo” fatto di voti (mancati) ma soprattutto di nomi scelti, quelli dei collegi uninominali. Alla Camera: Acunzo, Aiello, Angiola, Aprile, Caiata, De Giorgi, De Toma, Fioramonti, Lattanzio, Marilotti (fresco fresco), Nitti, Rizzone, Rospi, Vitiello, Zennaro. Al Senato: De Bonis, De Falco, Di Marzio, Drago, Fattori, Nugnes, Paragone, Urraro. Mi perdonerete se ho dimenticato qualcuno. (Ci sono anche quella quindicina di transfughi del plurinominale ma almeno di quelli la responsabilità è solo di chi ha votato la lista a 5 Stelle).

Quella scatoletta di tonno che si voleva aprire a Roma ha già fagocitato tanti volenterosi “apriscatole”, blandendoli non solo con il denaro, ma soprattutto con il potere. In questi Stati Generali così anomali non si sarebbero dovute sentire più frasi come “perché gettare via la sua esperienza di governo?” (o di Parlamento) perché un tale atteggiamento è andare esattamente in direzione opposta alla visione dell’unico Casaleggio degno di memoria.
Chi ha dato il suo contributo nelle Istituzioni dovrebbe rimanere prezioso fuori dalle stesse, aiutando quelli che verranno dopo di lui.

Finora il Movimento aveva sempre detto “no” ai professionisti della politica. Oggi la maggior parte dei suoi rappresentanti lo è purtroppo diventato. Non li posso più definire neanche “portavoce”, perché un portavoce dovrebbe agire nelle Istituzioni dopo il raggiungimento di una decisione comune con chi ce l’ha mandato (ricordate Grillo? “Sono i nostri dipendenti”).

Quelle decisioni che sono state fatte votare finora sulla piattaforma Rousseau, per dire solo un sì o un no, sono state persino umilianti perché hanno messo gli iscritti davanti a posizioni già decise dai cosiddetti “vertici”. In tutto il mondo occidentale stiamo vivendo da anni una crisi che non è di beni materiali ma una crisi di carattere, di esempi virtuosi, una crisi morale che confonde i mezzi con i fini. Una crisi che il Movimento primigenio voleva superare.

La crisi che il Movimento sta vivendo oggi non è quella che oppone egualitarismo a neoliberismo ma maturità a immaturità. In una parola, i mezzi ai fini. La politica non per ottenere risultati ma soprattutto carriere. Pasdaran immarcescibili e acritici ricordano grandi vittorie parlamentari come il Reddito di Cittadinanza, la legge “Spazzacorrotti”, la fine della Prescrizione. E meno male che sono state attuate, al governo, visto che sono da sempre nel programma elettorale. Molte altre cose invece sono ancora inspiegabilmente a bagnomaria.

Una legge elettorale degna di un paese civile, per esempio, o una contro il conflitto di interessi proprio mentre la maggioranza (quella in cui c’è il Movimento, non un’altra) vota in commissione il salvataggio di Berlusconi e della sua Mediaset dalle terribili grinfie di una Azienda francese che opera secondo le leggi di mercato. I Trenta dunque parleranno tutti, e parleranno delle meravigliose sorti progressive del nuovo, già vecchissimo, Movimento 5 Stelle, la fu creatura di Gianroberto Casaleggio, diventata un Frankenstein marionetta dell’ancien regime.

Prima del 15 novembre agli stimatissimi Trenta vorrei ricordare la storia di altri Trenta, i tiranni del regime instaurato ad Atene nel 404 a.C., dopo la sconfitta contro Sparta nella guerra del Peloponneso. Il regime di questi potentissimi durò poco. Appena otto mesi dopo, i Trenta tiranni vennero cancellati dal ritorno degli esuli democratici di Trasibulo. La Storia, come sempre, è maestra di vita.

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