Il 52% degli elettori portoricani vorrebbe che la bandiera degli Stati Uniti avesse una stella in più. La 51esima dovrebbe essere proprio quella che rappresenta Porto Rico, l’isola nel Mar dei Caraibi con 3,2 milioni di abitanti che dal 1917 è ufficialmente “un territorio non incorporato” degli Usa. Una condizione ibrida, a metà fra stato federato e colonia, che sembra aver stancato i portoricani. Lo scorso 3 novembre, mentre i connazionali del continente sceglievano tra Trump e Biden, nell’isola si è tenuto un referendum non vincolante sullo status di Porto Rico. I cittadini, alla domanda se volessero far diventare l’isola a tutti gli effetti uno stato degli Usa, hanno risposto sì con il 52% delle preferenze, ma ciò non rende ufficiale l’ingresso nella federazione americana.

Toccherà ai politici locali portare all’attenzione di Washington la volontà della maggioranza, ma il fatto che la vittoria sia appena oltre la soglia dimostra la controversa situazione del territorio con capitale San Juan. Un’altra frangia punta a diventare uno Stato indipendente, tagliando il legame con gli Usa iniziato nel 1898.

Chi nasce a Porto Rico è cittadino statunitense, ma non può votare per il presidente. I suoi residenti eleggono la propria assemblea legislativa, un governatore e un rappresentante al Congresso che però non ha diritto di voto. L’ultimo è stato il sesto referendum svoltosi sull’isola riguardo l’identità nazionale e nelle stesso giorno si è votato per l’elezione del governatore e del rappresentante a Washington. Per quest’ultima carica è stata confermata Jennifer Gonzalez che subito dopo la rielezione ha dichiarato al sito Abcnews: “Aumenteremo le pressioni per diventare uno stato federato ora, ma lo faremo anche a gennaio con il nuovo presidente perché è una questione bipartisan”.

Di diversa opinione la deputata di origini portoricane Alexandria Ocasio-Cortez, personaggio in costante ascesa fra i Democratici statunitensi: “Molti a Porto Rico considererebbero diventare uno Stato federato non come una fine alla colonizzazione, ma il suo culmine”. Sulla sua stessa lunghezza d’onda chi vorrebbe che la questione portoricana venisse affrontata con un procedimento strutturato, al fine di chiarire ai cittadini i pro e i contro di un’entrata da componenti nella federazione Usa o di una indipendenza definitiva.

Di certo il governo locale, che nel recente voto ha visto vincitore Pedro Pierluisi (favorevole allo Stato confederato anch’egli), non gode di buona fama. Troppi gli errori commessi dopo gli enormi danni causati dall’uragano Maria che nel settembre 2017 distrusse varie zone dell’isola e provocò quasi 3mila morti. Colpa di aiuti statali, e quindi avallati da Washington, giunti in ritardo e in alcuni casi inutilizzati: creò scalpore il ritrovamento nel 2018 di ventimila casse di acqua arrivate per aiutare la popolazione ma mai distribuite. Ci pensò il cosiddetto Telegramgate nel 2019 ad abbassare ulteriormente la fiducia nelle istituzioni: così viene ricordato lo scandalo che coinvolse l’ex governatore Ricardo Rossellò, colto a denigrare le vittime dell’uragano nelle chat con i colleghi.

Ora, l’ennesimo plebiscito consultivo sottolinea la ristretta volontà di diventare uno Stato federato Usa, come capitato nei referendum del 2012 e del 2017. La palla ora passa a Washington, ma il timore è che di nuovo non cambi nulla, lasciando Porto Rico in un limbo che non soddisfa i cittadini.

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