La concitata storia dell’emergenza legata al Covid-19 è costellata di episodi dolorosi e di vite rovinate, spesso irreversibilmente. Non solo dal virus, che pure ha fatto la sua parte. Ma anche dalla gestione delle cose e delle persone che, con l’emergenza, si è attivata, dando luogo a un inedito paradigma che, se anche può aver contenuto i danni del contagio, ne ha a sua volta innegabilmente prodotti altri di diverso genere e, talvolta, di portata non minore.

Tra queste storie ve n’è una che merita di essere raccontata. È la storia del nonno di Savona. Il senso della sua vita riposava, ormai, nell’amore per il nipotino e nel tempo con lui trascorso. Con la diffusione del virus e delle misure atte a contenerlo, quel senso gli è stato bruscamente negato: con il lockdown e la prassi del distanziamento sociale, è stato costretto alla lontananza dal nipotino.

Contraddicendo il roseo teorema dell’“andrà tutto bene”, la vicenda ha, purtroppo, un tragico epilogo, che così è sintetizzato dal titolo di un articolo de Il Secolo XIX dell’8 aprile 2020: Tragedia a Savona, un nonno si toglie la vita: “Non riesco a vedere il mio nipotino”. Le misure prese per salvare la vita hanno finito, con una perversa eterogenesi dei fini, per portarla via al nonno di Savona. Che, nel suo biglietto di commiato da tutto e da tutti, ha scritto queste parole estreme: “Non riesco a vedere il mio nipotino. Non ha più senso vivere così”.

Non sappiamo se il nonno di Savona avesse letto Aristotele, ma, in ogni caso, in quelle sue ultime, disperate parole è cristallizzata una distinzione che risale allo Stagirita: quella tra la zoe, la mera vita, nel suo senso immediatamente naturale, e il bios, che è la vita che viviamo o, se si preferisce, la vita connotata dalle maniere con cui la viviamo. Il bios è – potremmo dire così – il “come” della zoe e comprende, dunque, gli affetti e le relazioni, i simboli e la cultura: in una parola, il bios è la vita intesa in senso largo, anche spirituale e simbolico se si vuole. Il bios è, per il nonno di Savona, il tempo speso gioiosamente con il proprio nipotino.

Riprendendo la distinzione aristotelica tra zoe e bios, Walter Benjamin ha precisato, secoli dopo, che “l’uomo non coincide in nessun modo con la mera vita (blosses Leben)”, con la zoe. Non è cioè mai mero Koerper, “corpo” che respira e si alimenta. L’uomo è infatti Leben, “vita” come Leib, come “corpo vivente” a cui competono storicamente diritti e libertà, relazioni e simboli, tutto ciò che il mero corpo non ha.

In ciò sta, in effetti, il tratto paradossale della zoe: essa dovrebbe essere la realtà più immediatamente esistente, come “mera vita” e, invero, esiste solo come astrazione, come ens imaginationis, dacché la vita è già sempre, per definizione, connotata dai suoi modi e dalle sue relazioni. Ancora a Benjamin dobbiamo una precisazione degna di rilievo. La vita – egli scrive nel Compito del traduttore – non è qualcosa che “si debba attribuire solo alla fisicità organica (organische Leiblichkeit)”, come pure oggi il discorso del medico sembra ammettere.

Il respirare e il nutrirsi, ad esempio, non esauriscono la semantica della vita, che pure evidentemente concorrono a determinare. A tal riguardo, Benjamin aggiunge che “è solo quando si riconosce vita a tutto ciò di cui si dà storia (Geschichte) e che non è solo lo scenario di essa, che si rende giustizia al concetto di vita”. La vita naturale, zoe, è propriamente solo un’astrazione prodotta dalla mente, allorché si sforza di imprigionare la vita in una dimensione che si pretende – senza realmente mai poterlo essere – separata dalla storia.

Realmente esiste sempre e solo il bios, la vita concreta, composta da natura e storia, da individuo e società, da materia e spirito. La vita naturale esiste già all’interno della vita storica: la zoe esiste sempre all’interno del bios. In ciò affiora, una volta di più, l’erramento del discorso del medico, quella che vorrei definire la sua metafisica ingenua: esso, per pensare la vita nella sua naturalezza concreta e immediata, si rivolge sempre a una zoe che, in realtà, non esiste se non come astrazione mentale.

L’ordine del discorso terapeuticamente corretto va ripetendo che le misure introdotte dal potere biosecuritario sono tutte volte, in ultima istanza, a “salvare la vita”. Già, “la vita”: ma si allude, con quel teorema, al bios o alla zoe, al “corpo” o al “corpo vivente”? Chiaramente, per paradossale che possa apparire, è sempre e solo alla zoe e, dunque, a un’unità biologica naturale astratta che fa riferimento l’ordine del discorso del medico: tant’è che, per salvare la zoe, ci chiede di rinunziare al bios, come ha con tragica lucidità denunciato, nelle sue ultime parole, il nonno di Savona.

Una zoe senza bios, dicevo, è una contraddizione in termini, un’astrazione folle: è il massimamente concreto, ma solo in astratto, perché nella realtà concreta, propriamente, la zoe non esiste, essendo già da sempre connotata come bios. Con il paradosso, tragicamente tematizzato dal nonno di Savona, per cui chi pretendesse di salvare la vita come zoe, sacrificando la vita come bios, starebbe di fatto uccidendo la vita concreta, con la promessa illusoria di salvare la vita astratta.

Una “mera vita” come sopravvivenza biologica, senza i “modi” che rendono la vita bios, tra i quali – per il nonno di Savona – l’affetto e la gioia del tempo condiviso con il nipotino, non è più vita. E, come tale, non merita di essere vissuta. Per questo, l’ordine del discorso medico, su cui il nuovo governo delle cose e delle persone si fonda, ci chiede di rinunziare al bios per salvare la zoe e, così facendo, annulla entrambi. Non difende la vita, ma la uccide.

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