La seconda ondata della pandemia provocata dal coronavirus Sars Cov 2 porta con sé anche un allarme sulla possibilità di reinfezioni e l’obbligo per una persona guarita dal Covid o positiva che si è negativizzata di stare comunque in isolamento fiduciario. Fino a qualche giorno fa i casi di reinfezione documentati erano, a differenza di quanto riportato da alcuni media, pochissimi. Negli Stati Uniti un uomo si è ammalato due volte nel giro di 48 giorni l’una dall’altra con un ceppo geneticamente diverso e la malattia è stata più grave della prima. Anche dai Paesi Bassi è arrivato un caso di reinfezione di un’anziana, in cura per un raro tumore, poi deceduta. Ci sono stati casi documentati a Hong Kong e Ecuador. Nel mondo potrebbero essere almeno 23, un dato comunque minimo rispetto al numero di contagi nel mondo: oltre 41 milioni a oggi.

Abbiamo chiesto al professor Guido Silvestri, professore ordinario e direttore del dipartimento di Patologia Generale e Medicina di Laboratorio alla Emory University di Atlanta (Usa), editor di Journal of Virology, la più citata rivista di virologia, e autore di 256 pubblicazioni scientifiche, considerato uno dei massimi esperti nel campo dell’Hiv, la sua opinione. Il professore, che è autore di diversi liberi e coordinatore con altri scienziati della pagina scientifica Pillole di ottimismo su Facebook ci spiega perché in caso di contatto con un positivo anche chi è guarito dal Covid deve restare in isolamento.

Ci può spiegare che cosa significa scientificamente una reinfezione e perché si tratta in realtà di un evento raro?
​Una reinfezione da SARS-CoV-2 vuol dire che una persona si è infettata, è guarita (cioè ha eliminato del tutto il virus dal suo corpo) e poi ha contratto di nuovo l’infezione con un secondo virus diverso dal primo. Questo è diverso dal caso di persone che hanno un tampone negativo in mezzo a due o più tamponi positivi senza in realtà aver mai eliminato il virus. La differenza nei due scenari sta appunto nel fatto che si possa dimostrare che il secondo virus è diverso, come sequenza genetica, dal primo virus e questo è possibile perché c’è sufficiente variabilità tra vari ceppi di SARS-CoV-2 per osservare queste differenze. Al momento le reinfezioni dimostrate sono molto rare, in alcuni casi hanno avuto un decorso più leggero (paziente di Hong-Kong) ed altre più severo (paziente di Reno), ma naturalmente non sapendo la durata dell’immunità indotta dal COVID-19 non possiamo prevedere se questi casi diventeranno più frequenti nei prossimi mesi.

Ritiene giusta la misura che prevede che una persona guarita dal Covid o un positivo che si è negativizzato debba stare in isolamento se risulta un contatto recente di un positivo?
​A questo punto non abbiamo elementi sufficienti per quantificare in modo preciso il rischio di reinfettarsi per soggetti che hanno contratto SARS-CoV-2, sono guariti e poi sono venuti a contatto stretto con una persona con COVID-19. Però come detto sopra la frequenza molto rara di queste reinfezioni fa pensare che almeno nei primi mesi dopo la guarigione il rischio sia molto basso. Come detto sopra, è possibile che col passare del tempo l’immunità indotta da SARS-CoV-2 si attenui e quindi questi casi diventino più frequenti. In questo caso l’atteggiamento più prudente potrebbe effettivamente essere quello di un isolamento fiduciario di 7-10 giorni dal momento del contatto.

In questi giorni molti paesi registrano un aumento dei casi e alcune misure restrittive sono già in corso e altre a quanto pare arriveranno. Cosa ne pensa?
​Un aumento dei casi con l’arrivo dell’autunno e la ripresa piena delle attività lavorative e scolastiche era del tutto prevedibile ed infatti lo stiamo vedendo in quasi tutti i paesi dell’emisfero boreale, con la notevole eccezione della Cina. Dal punto di vista delle misure di contenimento, oltre a quelle solite T3 (testing, tracking, tracing), distanziamento sociale, mascherine, igiene personale, stare a casa se si hanno sintomi, potrebbe essere importante stabilire delle “zone rosse” di chiusura localizzata, limitate nello spazio e nel tempo (15-20 giorni), per staccare la spina al virus in quelle aree geografiche dove ci sono focolai con numeri alti di contagi che non sembrano più controllabili con il semplice tracciamento dei contatti. Questo si farebbe sia per ridurre il rischio di sovraccarico ospedaliero che per evitare di dover ricorrere a lockdown prolungati e generalizzati, che sappiamo avere effetti collaterali molto severi dal punto di vista socio-economico.

Un consiglio finale, al di là del rispetto di norme igieniche e distanziamento?
​Tenere i nervi saldi, usare la testa ed il senso civico, e continuare ad avere tanta fiducia nella scienza, perché ogni giorno che passa si avvicina l’arrivo di anticorpi e vaccini. Ed a quel punto saremo in grado di limitare sempre più i danni della pandemia.

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