A fine ottobre il Roosevelt Hotel sarà un ricordo. Uno dei luoghi simbolo di New York, dove negli anni Trenta l’orchestra di Guy Lombardo si esibiva ogni sera nella sontuosa sala da ballo, chiude a causa della pandemia. La proprietà, le Pakistan International Airlines, dice di non riuscire più a sostenere i costi dell’edificio; diciotto piani in stile neorinascimentale inaugurati nel 1924 in onore del presidente Theodore Roosevelt. Non si sa cosa succederà al vecchio hotel. L’area, un intero blocco tra Madison e Vanderbilt, fa gola a molti. Possibile che il palazzo venga abbattuto e sostituito da qualcosa di molto più alto.

Hotel e bar chiusi, spazzatura ammassata per strada: la città ferma – Il capitalismo procede a choc, a cicli di distruzione e ricostruzione, e la cosa non potrebbe essere più limpida a New York oggi. La città, segnata duramente dalla pandemia (che qui ha fatto quasi 24 mila morti, 33mila nello Stato), sta lentamente riemergendo dai giorni più bui e la distruzione provocata dall’emergenza sanitaria è palpabile ovunque. Molti esercizi commerciali, soprattutto bar e ristoranti, hanno chiuso. Chi sopravvive lo fa a scartamento ridotto. Trovare un caffè nell’Upper East Side o a Midtown, dopo le quattro del pomeriggio, è un’impresa. Gran parte degli hotel sono chiusi o utilizzati per ospitare i circa 13mila homeless che sono tornati in massa a popolare le strade. I pochi hotel aperti spengono le luci presto la sera e hanno drasticamente ridotto i servizi. All’Holiday Inn di Chelsea, causa penuria di personale, rifanno le stanze ogni cinque giorni. L’industria dell’ospitalità, che qui aveva uno dei suoi avamposti nel mondo, è insomma al collasso. La città è chiusa a buona parte degli arrivi internazionali e la quarantena è obbligatoria anche se si entra da 35 Stati americani, quelli più colpiti dal virus.

Questo vuol dire che, sostanzialmente, a New York non arriva quasi più nessuno. L’enorme macchina dei servizi per turisti, dell’arte, della cultura, del tempo libero, ha perso il 44 per cento dei posti di lavorro. Chiusi i teatri, i cinema, le sale da concerto. Il danno per le casse della città, in termini di riduzione delle entrate fiscali, è enorme. I tagli a scuola, parchi, trasporti saranno inevitabili. Le prime avvisaglie già ci sono. La spazzatura si ammassa per le strade, più di un tempo, e attira nugoli di topi – anche in questo caso, più di un tempo. Le aiuole, che in autunno esibivano composizioni coloratissime di erica e di fiori di cavolo bianchi e viola, languono tra qualche ciuffo d’erba morente. Spariti, causa assenza clienti, molti taxi gialli. Sparita la musica per strada. La metropolitana chiude dall’una alle cinque del mattino, per la sanificazione delle carrozze. Ma la cosa non importa più molto. Gente in giro ce n’è poca. E chi c’è, ha poca voglia di uscire la sera.

Zadie Smith: “La città per sua natura vive di cultura, teatri, rapporti. È tutto finito” – “È doloroso vedere la città così svuotata”, dice a ilfatto.it Zadie Smith. La scrittrice inglese insegna a New York University e durante il lockdown si è trasferita, come altri newyorkesi, upstate, in campagna. Poi è ripartita per Londra. “Tutti i miei amici sono traumatizzati – racconta -. Per New York questo è stato un colpo durissimo. New York, per sua natura, vive di rapporti, di vita sociale, di cultura e teatri. È tutto finito”. Smith ci ha scritto anche un libro, Questa strana e incontenibile stagione (in Italia lo pubblica SUR), in cui racconta come il suo frenetico tempo newyorkese sia improvvisamente imploso all’arrivo della pandemia. “Il virus ci ha fatto guardare allo specchio” dice. Lei crede che alla fine qualcosa di positivo verrà fuori: “Spero non si torni al passato. L’emergenza sanitaria ha rivelato tutte le distorsioni del capitalismo”. Intanto però quello che soprattutto si sente, girando per le strade di New York, è proprio il cambio di tempo. È come se dal bebop più sincopato si fosse passati a un adagio che si prolunga all’infinito. La città che non si ferma mai si è botto fermata e tarda a ripartire.

Pendolari in remoto, studenti a casa – Il cambio di tempo è anche questione di vuoto. Di assenze. È assente il ritmo della città ma è assente anche il popolo della città. Chi ha potuto se ne è andato in luoghi più benigni: i ricchi, di solito, a Long Island e nelle case di campagna. Molti studenti non sono più tornati. Chi ha famiglia in altre parti degli States, grazie al work from home, continua a starsene lontano. Mentre la città si svuota, si ripopolano i dintorni. I centri del New Jersey, appena al di là dell’Hudson, conoscono un’inattesa rinascita. A febbraio erano 68mila i pendolari che ogni giorno entravano a Manhattan in treno da Jersey City e Hoboken. Ad agosto sono diventati 8300. “Non c’è più ragione per venire a Manhattan ogni giorno”, mi spiega Jake, un ragazzo di Tel Aviv da due anni e mezzo in America. È assunto a Morgan Stanley e la società ha deciso di far lavorare da casa molti dipendenti. “Quando sono arrivato ho preso casa a Jersey City perché costava meno e gli appartamenti erano più grandi. Pensavo che a Jersey ci sarei tornato la sera, per dormire, e che la mia giornata l’avrei passata in città”. Ora è il contrario. Jake vede Manhattan dall’altra parte del fiume e non ci torna quasi mai.

Da questa parte del fiume, intanto, molti non se la passano benissimo. Licenziamenti a tappeto e riduzione delle ore di lavoro hanno esasperato povertà e disagio. Un newyorkese su quattro non ce la fa a comprarsi da mangiare e il sindaco De Blasio, a maggio, ha ordinato di distribuire un milione e mezzo di pasti al giorno. Tv e giornali raccontano di come i ricchi siano diventati, nei mesi della pandemia, ancora più ricchi. In particolare, secondo l’Institute for Policy Studies, i 643 più ricchi miliardari americani sono passati dal possedere 2.95 trillioni al 18 di marzo ai 3.8 trillioni del 15 settembre. La società americana è sempre cambiata a velocità travolgente e magari lo choc di questi mesi produrrà altra innovazione, trasformazione e nuova prosperità. Per il momento non è così. La disoccupazione, in città, è quadruplicata nel corso del 2020.

Chi può se ne va – Il fatto è che, forse, il Covid non ha fatto altro che accelerare processi già da tempo in azione. Per i tre anni precedenti il 2020 la popolazione della città ha continuato a declinare. Sono meno di un tempo coloro disposti a sborsare affitti stratosferici per appartamenti spesso minuscoli e a vivere in una città che, come tutte le grandi città, è un esercizio faticoso e difficile di sopravvivenza. Il sogno si era insomma già appannato e l’emergenza sanitaria lo ha solo rivelato. La cosa è ancora più chiara passeggiando la sera per le vie di Manhattan, buie per chilometri e chilometri: dai quartieri residenziali dell’East e del West Side giù per la zona dei teatri a quella degli affari a Chelsea al Meat Packing District a Soho. Le luci si riaccendono, ma parzialmente, nel Village, con locali e ristoranti che hanno piazzato i tavolini di fuori e che tentano faticosamente di sopravvivere. Ma sono solo sprazzi in memoria. Nemmeno l’11 settembre aveva toccato così nel profondo New York. I grattacieli, la sera, si spengono prima. Rimane a brillare più a lungo, di una luce bianca e intermittente, l’Empire State Building. Poi si spegne anche lui.

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