Nel football americano dal 2003 è in vigore una regola, nota come la Rooney Rule. Prende il nome da colui che l’ha proposta, Dan Rooney, proprietario dei Pittsburgh Steelers e presidente del comitato sulla diversità della lega. Secondo questa norma, tutte le squadre di Nfl sono tenute a prendere in considerazione anche esponenti delle minoranze nel processo di selezione degli allenatori. È una legge che ancora oggi divide molto sulla sua efficacia e su quanto realmente poi le franchigie la rispettino, ma in ogni caso, da quando esiste, la percentuale di esponenti non bianchi è passata dal 6 al 22%, il tutto in una lega nella quale il 70% dei giocatori proviene da una minoranza. Rooney è stato il megafono di un’associazione che per anni ha lottato perché nello sport ci fosse maggior parità di diritti e opportunità. Si tratta della Fritz Pollard Alliance Foundation, che porta il nome di Fritz Pollard, il primo giocatore e allenatore di colore di una squadra di football americano. La sua storia però, fatta di coraggio e barriere abbattute, è stata a lungo dimenticata, fino a quando nel 2005 finalmente è stato inserito nella Hall of Fame della Nfl. Nonostante questo, ancora oggi sono in tanti a ignorare la sua vicenda umana e sportiva. Ma in questo periodo, fatto di proteste e rivendicazioni, proprio la Nfl con un lungo documentario e diversi media internazionali, come la Bbc, hanno ricominciato a raccontarla.

Da Chicago, con gli antenati schiavi – Pollard nasce in un quartiere della periferia di Chicago nel 1894. Suo padre, John William, era un barbiere, mentre la madre, Amanda, faceva la sarta. Settimo di otto fratelli, Fritz in realtà all’anagrafe venne registrato come Frederick Douglass. Il padre lo aveva chiamato così in onore di un noto abolizionista che ammirava molto. La famiglia Pollard aveva un passato da schiavi in Virginia, ma durante la guerra di secessione si erano guadagnati la libertà, riuscendo poi addirittura a mettere da parte una piccola fortuna. Per questa ragione tutti i figli di John William erano istruiti ed educati. Nelle sue future autobiografie, Pollard dirà che l’esempio dei suoi antenati, che erano riusciti a tirarsi fuori dall’inferno con la forza di volontà e lo spirito di sacrificio, lo hanno convinto di poter fare grandi cose. Fin da quando era ragazzino, Fritz ha iniziato a mostrare grande talento per lo sport: giocava a baseball e a football, palesando in generale un’ottima velocità e una buona propensione per la corsa. Inizialmente lui era più attratto dal baseball, ma sapeva che in quel contesto c’era ben poco opportunità per gli atleti di colore. Così, nel 1909, all’età di 15 anni, Fritz inizia a giocare a football.

Il periodo universitario – “A ogni insulto, tu rispondi in campo, mai a parole”. Con queste raccomandazioni nel cuore, nel 1915 Pollard riesce a vincere una borsa di studio per la Brown University, nella costa Est del Paese. L’inizio, come prevedibile, non fu facile. Pollard era solo il secondo afroamericano dell’università e l’unico a vivere nel campus. Nessuno degli altri studenti voleva avere rapporti con lui. Fritz però sapeva che era lì non per fare amicizie ma per giocare a football e alla prima occasione possibile dimostrò a tutti di cosa fosse capace: durante un Bloody Wednesday, una partita in cui le riserve sfidano i titolari della squadra, Pollard, nonostante continui insulti razziali, risultò il migliore in campo, guadagnandosi di fatto il posto in prima squadra. In breve tempo, seppe ottenere il rispetto dei compagni e nel 1916 fu il primo giocatore di colore a partecipare al Rose Bowl, partita-evento che apre la stagione del college football americano. Pollard fu costretto a entrare in campo da un ingresso secondario e fu bersagliato dai tifosi tutto il tempo dell’incontro. Il suo talento comunque era evidente e Fritz condusse i suoi in una storica doppia vittoria contro le rivali di sempre, Yale e Harward.

L’esercito e Akron – I suoi scarsi risultati scolastici tuttavia posero una brusca fine alla sua carriera universitaria. Nel 1917 venne arruolato dall’esercito americano per la Prima guerra mondiale: non andò mai al fronte, rimanendo nel Maryland. Lì iniziò ad allenare gli atleti di colore della Lincon University, realizzando di avere tutte le carte in regola sia per giocare che per allenare nel mondo professionistico. Fritz intanto è ad Akron, nell’Ohio: lì lo aveva chiamato il proprietario della neonata Akron Pros, squadra iscritta all’American Professional Football Association, poi nota come Nfl. La sua carriera da professionista era pronta a iniziare. Nella sua prima partita fu costretto a cambiarsi nel negozio di sigari vicino allo stadio e venne fischiato dai suoi stessi tifosi.

Giocatore e allenatore – Nonostante l’inizio in salita, quella fu una stagione gloriosa per gli Akron, che vinsero il titolo da imbattuti. Essendo l’unico, insieme a tale Bobby Marshall, giocatore di colore di tutta la lega, Pollard era ufficialmente entrato nella storia. L’anno successivo venne promosso al ruolo di giocatore-allenatore, diventando così il primo uomo non bianco a ricoprire questa carica. Sarebbero passati più di 50 anni prima che un altro atleta di colore potesse arrivare a un simile livello. La carriera da professionista di Pollard durò sette stagioni, allenando e giocando in quattro squadre diverse. Nonostante la sua fama e la sua ricchezza, Pollard non smise mai di essere vittima di abusi, insulti e discriminazioni, segno di come il razzismo fosse radicato dentro la cultura americana e che niente, neanche i risultati sportivi, fossero abbastanza per guadagnarsi il rispetto dei bianchi. Dopo il ritiro, nel 1926, decise di diventare l’allenatore di una squadra di Chicago, i Black Hawks, formata da soli giocatori di colore: ebbe molta popolarità e successo finché la crisi seguente alla Grande depressione del 1929 non ne causò la chiusura.

I decenni di oblio – Nonostante i suoi titoli sportivi, Pollard per tutta la sua vita non fu mai inserito nella Hall of fame del football americano. Il nipote, Fritz III, ha più volte raccontato che suo nonno sapeva bene quale fosse la ragione, o meglio, chi fossero: George Halas e George Preston Marshall, proprietari e fondatori di due delle storiche squadre della Nfl, Chicago Bears e Washington Red Skin (che proprio quest’anno hanno deciso di cambiare nome, considerando quello originario razzista). Entrambi convinti segregazionisti, in un meeting tra i presidenti del 1933 furono i promotori di una mozione che voleva bandire i giocatori neri dal football americano, dicendo che avessero un effetto negativo sulla loro immagine. Per anni i proprietari hanno negato l’esistenza di questo accordo, anche se di recente la Nfl ne ha ammesso la veridicità. Dopo Pollard, si dovrà attendere il 1946 perché una squadra tesserasse nuovamente un giocatore di colore, Kenny Washington. Il nome di Pollard pian piano verrà dimenticato. Solo nel 2005 l’importanza ricoperta da Fritz nella storia del football americano è stata consacrata con l’inserimento tra i più grandi del gioco. Pollard però se ne era già andato dal 1986. I suoi figli e nipoti, anche loro atleti di talento, negli anni hanno combattuto perché il valore del loro antenato fosse riconosciuto. Oggi la condizione degli atleti di colore, non solo nel football, ma in tutto lo sport americano, è ancora piena di controversie, basti guardare a quello che sta vivendo Colin Kaepernick, che dal 2016 non ha più avuto una squadra dopo aver deciso di smettere di alzarsi in piedi durante l’inno americano in segno di protesta contro le violenze nei confronti delle minoranze etniche. Per quel gesto ha ricevuto molte critiche ma anche altrettanto sostegno. Tra i primi ad averlo chiamato c’è anche la Fritz Pollard Alliance Foundation, che forse nel suo gesto deve aver rivisto qualcosa di Fritz Pollard.

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