Dopo 16 mesi di indagini, 1,3 milioni di documenti visionati e più di 300 interviste, la sottocommissione Antitrust della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, insieme alla Commissione Giustizia da cui dipende, ha pubblicato un rapporto di 449 da cui emergono pratiche scorrette e abusi di Big Tech. Il rapporto suggerisce anche di avviare azioni antitrust contro quello che è ormai un potere monopolistico di aziende come Amazon, Google, Apple e Facebook. Un quartetto che in borsa vale congiuntamente oltre cinquemila miliardi di dollari.

Il comitato, che si è focalizzato sugli abusi di mercato da parte dei colossi tecnologici, ha scoperto come i quattro abbiano realizzato numerose “acquisizioni killer” per colpire i rivali, addebitato commissioni esorbitanti e costretto le piccole imprese a contratti “oppressivi” per massimizzare i loro profitti. Il rapporto auspica quindi profondi cambiamenti alla legge antitrust. In centinaia di pagine vengono descritti centinaia di casi in cui le società hanno abusato del loro potere, rivelando culture aziendali decise a fare tutto il necessario (e oltre) per mantenere il loro predominio su Internet.

La metamorfosi dei quattro colossi – “In parole povere – si legge nel rapporto – le aziende che una volta erano coraggiose start-up che sfidavano lo status quo, sono diventate il genere di monopolio che abbiamo visto l’ultima volta nell’era dei baroni del petrolio e dei magnati delle ferrovie“, afferma. “Sebbene queste aziende abbiano portato chiari benefici sociali, il loro dominio ha avuto un costo”. Ovvero, le aziende gestiscono i mercati in cui gareggiano dall’alto di “una posizione che consente loro di dettare le regole per gli altri, mentre loro giocano secondo altre norme“. In un altro passaggio del testo, le imprese vengono accusate di ricorrere a “modelli di comportamento che sollevano il dubbio se si ritengano al di sopra della legge o semplicemente considerino violare la legge come un costo per fare business”.

Il rapporto prende di mira soprattutto Amazon e Google, in minor misura Apple e Facebook, e chiede che per legge alle società non venga permesso di possedere piattaforme e allo stesso tempo competere sui medesimi mercati, così come di acquisire altre start-up o concorrenti. Nel documento compaiono anche ipotesi di scorpori, un’intensificazione della sorveglianza e multe da parte delle autorità di supervisione. Il progetto chiede quindi che vengano affidati più poteri alle autorità federali per combattere gli abusi e che la Federal Trade Commission abbia la possibilità di imporre multe ai propri dipendenti, per evitare che vengano assunti da Big Tech dopo il loro lavoro nell’agenzia.

Monopolio, monopolio, monpolio…- La parola chiave nel progetto di 449 pagine è “monopolio”, che viene ripetuta più di 120 volte. “Nonostante i cambiamenti significativi nel mercato, Facebook ha mantenuto una posizione inattaccabile nel settore dei social network per quasi un decennio, dimostrando il suo potere di monopolio”, si afferma nel rapporto antitrust. Stessa cosa anche per Google, che a differenza del social di Zuckerberg, gode di una posizione di monopolio nel settore della ricerca online. Inoltre, l’azienda ha vantaggi per il trattamento dei dati, per le sue dimensioni e per “le tattiche di business aggressive che ha utilizzato nei momenti chiave per contrastare la concorrenza”. Apple invece gode di un potere di mercato “significativo e duraturo” legato al proprio store mobile.

Il rapporto del sottocomitato ha poi criticato Amazon per una “mancanza di franchezza” nelle sue risposte alle indagini del Congresso. Riguardo al trattamento dei dati dei clienti da parte dell’azienda, un ex dipendente del colosso di Jeff Bezos ha dichiarato: “È come un negozio di caramelle, tutti possono avere accesso a tutto ciò che vogliono. C’è una regola, ma non c’è nessuno che vigili o che faccia controlli a campione. L’azienda dice solo di non aiutare te stesso con i dati… ma era come se ti facesse un ‘occhiolino’, non era un reale divieto di accesso”.

Il malumore dei quattro big La reazione delle aziende non è si è fatta attendere. Amazon ha criticato il rapporto, affermando che questi interventi di mercato “ucciderebbero i rivenditori indipendenti e punirebbero i consumatori, costringendo le piccole imprese a uscire dai negozi online popolari, aumentando i prezzi e riducendo la scelta dei consumatori“. Facebook si è definito “una storia di successo americana”, dichiarando di essere in concorrenza con un’ampia varietà di servizi, che hanno milioni di persone che li utilizzano. “Le acquisizioni fanno parte di ogni settore e sono solo un modo con cui innoviamo le nuove tecnologie per offrire più valore alle persone“, ha affermato il social network. Anche Google si è dichiarata contraria al rapporto “che contengono accuse obsolete e imprecise“. In una nota l’azienda ha affermato di competere in modo equo in un settore in rapida evoluzione. Apple ha dichiarato: “Il controllo è ragionevole e appropriato, ma non siamo assolutamente d’accordo con le conclusioni”. La società ha anche difeso i suoi tassi di commissione.

In un’epoca in cui, a differenza del passato, la posizione dominanti di questi soggetti risulta consolidata, inscalfibile e ulteriormente rafforzata dalla pandemia, un deciso intervento dei regolatori è l’unico vero spauracchio che turba i sogni di amministratori delegati e soci. Molte analisi individuano come altra unica possibile minaccia il rafforzarsi di società nate e cresciute in estremo Oriente, come nel caso di Alibaba, unico soggetto oggi in grado di rivaleggiare con Amazon. Una legislazione più severa per il settore è allo studio anche in Europa.

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