Se l’era politica di Giuseppe Scopelliti è ormai tramontata a causa dei suoi problemi giudiziari, quello che ci ha consegnato la campagna elettorale per le comunali di Reggio Calabria è la certezza di ciò che potrebbe essere definito lo “scopellitismo di ritorno”. Con questa definizione non si vuole addebitare all’ex sindaco di Reggio e governatore della Calabria una qualche influenza in queste elezioni amministrative, ma piuttosto raccontare il ritorno di molti degli stessi volti e dei “modi” dell’epoca dell’ex primo cittadino condannato per i conti di Palazzo San Giorgio. In questo clima, domenica 5 ottobre, gli abitanti di Reggio Calabria saranno chiamati al voto per il ballottaggio tra il primo cittadino uscente Giuseppe Falcomatà (Pd), candidato del centrosinistra, e il suo rivale Antonino Minicuci, scelto dalla Lega e da Matteo Salvini per rappresentare la coalizione di centrodestra. Al primo turno, quest’ultimo ha preso il 33,6% dei voti mentre Falcomatà, figlio del sindaco Italo scomparso nel 2001, è arrivato al 37,1 risultando il candidato più votato anche se, in sei anni, ha perso più di 20 punti percentuali.

Obiettivamente, almeno in prima persona, Scopelliti non ha parteggiato per nessun candidato. Cos’è allora lo “scopellitismo di ritorno”? Per rispondere basti partire da una delle ultime conferenze stampa di Minicuci, originario di Melito Porto Salvo, ex direttore generale della città metropolitana di Reggio e segretario generale del Comune di Genova. Nella sede della segreteria locale di Forza Italia, Minicuci ha incontrato i giornalisti per presentare il suo “patto per Reggio”, illustrando gli obiettivi che, in caso di vittoria, vuole realizzare nei primi 180 giorni. Un po’ come il famoso “contratto con gli italiani” che Berlusconi firmò da Bruno Vespa. A chi gli chiedeva della moglie comandata dalla Provincia di Massa Carrara a quella di Reggio proprio quando lui era direttore generale, il candidato ha sbraitato con frasi del tipo: “Che c’entra. Sono cavolate. Che c’entra la burocrazia, lei la confonde con un’altra cosa”. E via con gli applausi a ogni frase del candidato come a volerlo “proteggere”. Un approccio che ricorda quello usato ai tempi da Scopelliti, quando organizzava incontri simili con la stampa, utilizzati per difendersi dalle accuse dei magistrati.

E come allora sono riconoscibili anche molti degli stessi volti: politici locali che si presentano come il nuovo che avanza ma che, fino a ieri, erano la claque dell’ex sindaco. Ad esempio: il parlamentare Ciccio Cannizzaro, ex fedelissimo del senatore Caridi a sua volta ex assessore di Scopelliti. Così come era assessore dell’ex primo cittadino il consigliere regionale Tilde Minasi della Lega (oggi sponsor di Minicuci). Poi Giuseppe Sergi, ispiratore di una lista civica ed ex consigliere dell’epoca Scopelliti. Così come erano suoi consiglieri i candidati non eletti: Giuseppe Martorano, Paolo Gatto e Giuseppe Eraclini. Insomma il gruppo è questo: esponenti di Forza Italia smemorati, ex del Pd diventati ammiratori di Giorgia Meloni, leghisti dell’ultima ora fulminati sulla via di Salvini e destrorsi che si nascondono dentro liste civiche assieme ai transfughi buoni per tutte le stagioni. Alcuni di loro sono stati anche già eletti in consiglio regionale. Altri, invece, continuano a sostenere l’aspirante sindaco dopo aver portato acqua al mulino del centrodestra. Da “Peppe boys” a “fan di Minicuci” il passo è stato breve con in testa sempre la “Reggio da bere” che, nel 2012, ha lasciato le casse del Comune dissanguate prima di subire l’onta dello scioglimento per contiguità con la ‘ndrangheta.

Naturalmente nessuno di questi argomenti è stato oggetto della campagna elettorale di Minicuci che, durante l’unico confronto sostenuto con il rivale Falcomatà nella redazione della Gazzetta del Sud, ha dichiarato candidamente di “non capire nulla di politica”. In effetti Minicuci non ha la tessera del Carroccio ma il suo nome è stato deciso da Salvini che in riva allo Stretto vuole piantare la sua bandierina. Per riuscirci ha fatto digerire il “burocrate straniero” non solo ai reggini, un tempo chiamati “terroni” dai figliocci di Bossi, ma anche a Forza Italia e al suo deputato Francesco Cannizzaro che si erano opposti a una scelta calata dall’alto. La timida reazione degli azzurri calabresi si è conclusa in un nulla di fatto dopo una lettera di Berlusconi che ha chiesto di fare quadrato su Minicuci, certificando l’incapacità dei suoi di esprimere un candidato del territorio.

La risposta l’hanno data gli elettori che alla Lega hanno regalato un risicato 4,69% al primo turno perdendo la metà dei voti che, in città, aveva preso a gennaio in occasione delle regionali. Questo non ha impedito a Salvini di sentirsi vincitore e, soprattutto, di cucire la maglietta del Carroccio addosso a Minicuci: “Dovremmo essere per la prima volta nella storia – sono state le sue parole a caldo – con un ‘nostro’ candidato sindaco al ballottaggio a Reggio Calabria, proprio nell’ottica di una presenza (al Sud, ndr) che ormai non è sporadica”. Una frase che nessuno del centrodestra ha contestato e che, soprattutto, smonta la teoria di un candidato slegato dagli ambienti politici. D’altronde non è un caso che l’ex segretario generale di Genova Minicuci sia stato sostenuto dalla lista “Cambiamo con Toti” che è riuscita a fare eleggere il transfugo Saverio Anghelone, ex vicesindaco ed ex assessore (fino a luglio) di Falcomatà.

Dopo essersi imbarcato tutti gli scopellitiani doc, per cercare di rastrellare consensi, Minicuci è arrivato a sognare apparentamenti improbabili con gli altri tre candidati a sindaco che hanno perso le elezioni e che, comunque, sono stati eletti consiglieri comunali: Angela Marcianò (13,94%), il massmediologo Klaus Davi (al quale ha proposto l’assessorato alla legalità e al marketing) e finanche a Saverio Pazzano, l’esponente della sinistra radicale che naturalmente, nonostante le divergenze di vedute, si è schierato con Falcomatà.

Dal canto suo, il sindaco uscente di centrosinistra ha perso tantissimo rispetto al 61% dei voti che aveva incassato nel 2014. Durante il confronto nella redazione della Gazzetta del Sud, Falcomatà si è difeso attaccando le precedenti giunte targate Scopelliti: “Quando ci siamo insediati – ha spiegato – abbiamo trovato situazioni difficili. Il ‘modello Reggio’ mandava in appalto le opere ma le risorse venivano poi dirottate su altri interventi e la situazione è chiara a tutti con ‘buchi’ di bilancio e un comune sull’orlo del dissesto. Abbiamo sanato il debito grazie all’intervento del governo e chiuderemo quel piano di riequilibrio che ha portato tasse e tributi al massimo per i nostri concittadini”.

La campagna elettorale è stata anche condizionata dalla raccolta dei rifiuti: in città sta funzionando male, per la felicità di un centrodestra, seppure il problema sia legato anche a colpe della Regione Calabria guidata da Jole Santelli di Forza Italia. Falcomatà ammette i problemi: “Di errori ne abbiamo fatti, ma abbiamo costruito le basi per dare un futuro granitico alla città”. In un certo senso, su questo punto ha ragione Minicuci quando sostiene che Falcomatà ha messo in giunta “i suoi compagni di calcetto”. E i risultati si sono visti: oltre alla difficoltà oggettiva di gestire una città complicata come quella di Reggio Calabria, il sindaco è imputato per abuso d’ufficio e falso a causa di una delibera con cui il Comune nel 2015 aveva assegnato un immobile di pregio a un’associazione gestita da chi, nella precedente campagna elettorale, gli aveva messo a disposizione i locali della sua segreteria politica.

Nello stesso processo è stata condannata in primo grado la candidata del terzo polo, Angela Marcianò, che oggi Minicuci vorrebbe al suo fianco. Ma, soprattutto, sono imputati anche diversi assessori uscenti, ricandidati e rieletti al consiglio comunale. Alcuni di questi, inoltre, sono stati coinvolti nell’inchiesta “Helios” sui rapporti tra il Comune e l’Avr, la società che si occupa della raccolta dei rifiuti. A giugno, infatti, la Procura di Reggio Calabria ha notificato la conclusione delle indagini a diversi assessori e consiglieri comunali accusati di “induzione indebita a dare o promettere utilità” (in alcuni casi tentata). Il processo stabilirà se sono stati commessi reati dagli stessi politici con cui Falcomatà si è ripresentato alle elezioni. Se il sindaco uscente sarà riconfermato, dovrà dimostrare di aver capito la lezione e non commettere più “errori”.

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