Il contesto politico italiano dal punto di vista della tutela dei consumatori dalle rapine dei monopolisti è drammaticamente peggiorato: il progetto di Unione Europea infatti è nato per importanti motivazioni politiche, ma non meno importanti obiettivi economici di aumento della concorrenza e quindi dell’efficienza di tutti i settori produttivi, anche grazie ad un mercato di riferimento più vasto.

Il sorgere di movimenti sovranisti esplicitamente avversi alla concorrenza ha certo radici nell’insufficiente protezione di alcuni segmenti sociali che non erano in grado di evolvere abbastanza rapidamente, ma anche grazie al solido supporto di quella parte del mondo produttivo assuefatto a sostegni politici di ogni tipo (come dimenticare l’esplicita opposizione iniziale della Fiat al mercato comune? E la Fiat era la nostra industria più avanzata). Oggi sono di fatto protezionisti (“prima le imprese italiane”…) la Lega, Fratelli d’Italia, e sicuramente una quota dei 5 Stelle.

Ma anche l’estrema sinistra e una parte del Pd è, se pur meno esplicitamente, orientata nello stesso modo. Confindustria non sembra tuonare da tempo contro atteggiamenti protezionistici, e d’altronde la pubblicità quasi ossessiva a “produzioni interamente italiane”, anche in settori dove è indubbia l’eccellenza di altri paesi, non suona le stesse note? Dieci anni fa non ve ne era traccia. Il sindacato è da sempre contrario alla concorrenza, e ha qualche giustificazione (ma come dimenticare la frase “il monopolio corrompe anche gli addetti alle imprese monopolistiche”, detta da un signore che si chiamava Lenin?).

E l’opposizione si estende in modo bi (o tri)- partisan anche alle gare per l’affidamento dei servizi, che sono la forma più blanda di concorrenza, in grado di tutelare perfettamente qualsiasi livello di socialità dei servizi stessi (si può mettere in gara anche un servizio pubblico gratuito, a che chiede meno soldi per fornirlo). Vediamo ora i casi italiani più clamorosi di assenza immotivata di concorrenza, o di clamorosa incapacità o non volontà dei regolatori di difendere utenti e/o contribuenti.

C’è solo l’imbarazzo della scelta. Le concessioni degli stabilimenti balneari (un monopolio naturale) si stima facciano profitti di molte decine di miliardi all’anno, pagano noccioline all’erario, vi è un obbligo europeo di metterli in gara, ma le concessioni sono state recentemente estese fino al 2035 (voto unanime.)

Il recente bonus ai ristoratori è limitato “a chi si rifornisce da filiere italiane” (i nostri vicini ci ripagheranno con la stessa moneta). Le ferrovie ricevono sussidi pubblici per circa 12 miliardi all’anno, sono un colosso pubblico recentemente ingrandito con la fusione con Anas, non esiste nessun motivo industriale per non aprire le rete ad affidamenti competitivi anche frazionandola, e per mettere a gara i servizi locali, cosa che ha dato buoni risultati in Germania. L’avvento della concorrenza nei servizi di alta velocità ha mostrato che nel settore questa può funzionare benissimo.

Tutta Europa ha avuto grandi benefici, anche sociali, nell’affidare in gara il trasporto locale, esiste un obbligo europeo aggirato da noi da vent’anni, tanto che nessuna grande città italiana ha fatto gare, e nella stragrande maggioranza delle gare fatte nei centri minori hanno praticamente sempre vinto gli operatori pubblici precedenti (miracolo!). Speciale il caso della regione Lombardia, che ha affidato per due decenni le ferrovie Nord, di cui è proprietaria, a se stessa senza gara.

Il caso delle concessioni autostradali, affidate senza gare a condizioni lucrosissime e di durata eterna è fin troppo noto, come quello dell’appalto dato “agli amici” per la costruzione delle rete di Alta Velocità (40 miliardi) un mese prima che scattasse l’obbligo europeo di fare le gare, e costata il doppio del previsto. Ma certo non tutti hanno pianto, al punto che ora vogliono ripetere la vicenda con il “modello Genova”, usato per il ponte Morandi, che prevede una drastica riduzione delle gare. Si sa, senza gare le imprese sono più contente, e manifestano gratitudine, che è un nobile sentimento. Poi ci sarebbe il caso dell’acqua potabile, e quello di Alitalia, ma, appunto, sorvoliamo.

La concorrenza, si sa, fa disastri: le imprese falliscono, i padroni si mangiano il capitale e gli operai perdono il posto. Un gran disordine. Il monopolio è tranquillo, genera tasse sulle rendite, i politici sono contenti e i lavoratori anche, e li votano, e gli utenti non sanno che pagano tutto molto più caro di quanto sarebbe possibile. Peccato che l’economia (e l’occupazione) senza concorrenza non crescono e non c’è stimolo all’innovazione (chi glielo fa fare?), le diseguaglianze sociali aumentano fuori controllo e alla fine il capitalismo stesso si delegittima.

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