“Mamma ti amo, ho un uomo incappucciato davanti, non ho tempo”. È il testo dell’sms partito dal cellulare del bambino di 11 anni morto a Napoli nella notte tra lunedì e martedì, precipitato dal balcone di una abitazione al decimo piano di un palazzo signorile a via Mergellina. La procura di Napoli sta indagando per istigazione al suicidio, ed attraverso le procedure protette per l’ascolto dei minori, ha già raccolto i primi verbali degli amichetti del bambino. Alla ricerca di tracce o spunti che aiutino a capire cosa è accaduto e perché.

Il procuratore aggiunto Raffaello Falcone, capo della sezione reati familiari e fasce deboli, ha ordinato alla polizia di sequestrare ed esplorare i dispositivi informatici usati dal bambino: un vecchio tablet una volta in uso al padre, sul quale il bambino aveva creato un suo account autonomo, una consolle da gioco, il cellulare dal quale è partito l’sms. È stato ritrovato in casa, per terra. L’sms è stato letto sul cellulare del genitore destinatario quando la polizia era già in casa per gli accertamenti. L’orario del messaggio ha preceduto di pochi minuti il rumore del tonfo del corpicino e le urla disperate dei genitori e dei vicini di casa. La centrale operativa del 118 ha ricevuto la telefonata di soccorso un quarto d’ora prima dell’una di notte. Il personale sanitario intervenuto ha potuto solo constatare il decesso e stendere un lenzuolo bianco.

Se suicidio è stato, come sembra probabile, l’sms è il frutto dell’angoscia e della paura che lo ha preceduto. Ma per esserne certi, decisiva sarà l’autopsia disposta dai pm per stabilire, dalla dinamica del volo e le lesioni riportate, se il bambino si è lanciato nel vuoto di sua volontà. I genitori, in qualità di parti lese, nomineranno periti di parte affinché partecipino all’esame autoptico, coordinati dai loro avvocati, Maurizio Sica e Lucilla Longone.

Ma torniamo al sequestro dei supporti informatici. È da qui che bisogna partire, per provare a orientarsi nell’oscurità di questa storia dolorosa e assurda. Dall’analisi delle chat, delle piattaforme informatiche sulle quali il bambino ha navigato, delle app che avrebbe scaricato e utilizzato. Per vedere se il bambino è stato indotto da qualcuno a compiere questo gesto. Il lato nero e nascosto di internet è pieno di adescatori celati dietro profili fake o travestimenti, e di programmi che, sotto forma di giochi di simulazione o altro, invitano a rincorrersi in sfide social estreme. Situazioni che incitano a gesti di autolesionismo.

Il bambino di Napoli era sano, sereno. I genitori vengono descritti come due professionisti affermati, affettuosi e premurosi, attenti a controllare che il loro bambino facesse un uso corretto e sano del telefonino e del pc. L’undicenne viveva in un contesto ideale per crescere al riparo. Eppure qualcosa è successo, e se è successo a lui, commentano con amarezza persone vicine alla famiglia, può succedere a chiunque. La paura, che è al contempo una pista investigativa battuta con attenzione, è quella che un manipolatore sia riuscito a intrufolarsi nella vita del bambino attraverso il web. E poi sia riuscito a farlo piombare nel buio che ha preceduto il volo dal decimo piano di un palazzo borghese di Napoli.

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