Il modo in cui lavoriamo sta cambiando più velocemente del previsto, a causa dell’emergenza sanitaria. È piuttosto evidente. Però Marco Bentivogli, ex segretario nazionale della Federazione italiana metalmeccanici (Fim Cisl), intervenuto durante Nobìlita (il festival della cultura del lavoro tenutosi a Bologna, a cura di FiordiRisorse e SenzaFiltro), mi ha aiutato a capire in quale misura lo smart working stia già cominciando a sfondare – a prescindere dell’emergenza Covid che l’ha sdoganato – anche nel settore manifatturiero.

Nel suo intervento, ha ricordato che sono già all’opera gli smart-operai: fanno funzionare le macchine a distanza. E ha citato l’esempio della Cina: lì esistono smart-minatori che dall’esterno pilotano le macchine che lavorano sotto terra. Per non parlare – aggiungo io – degli smart-piloti, che già da alcuni anni pilotano droni (civili e ahimè militari, bombardamenti e missili inclusi) stando seduti a chilometri (a volte migliaia) di distanza.

Dunque lo smart working – qui da me inteso genericamente come lavoro a distanza per mezzo di computer e aggeggi del genere – non è un’esclusiva del fronte burocratico, impiegatizio, didattico e intellettuale. Si possono produrre in quel modo anche cose di vario genere. Sta nascendo dunque un categoria di operai “a distanza” che in questa rivoluzione industriale del XXI secolo – parafrasando Karl Marx alle prese con quella del XIX – “non hanno nulla da perdervi se non le loro” connessioni alla rete, mentre rischiano di “guadagnarci”, salvo contromisure, nuove forme di sfruttamento.

Il caso cinese è quello che forse ci coglie più impreparati, perché ai “giochi di guerra” telecomandati ci ha abituato da tempo il cinema, prima ancora della realtà bellica degli ultimi decenni. Mentre il minatore è, nel nostro immaginario, il prototipo del lavoratore annerito dalla polvere e costretto a spezzarsi la schiena “in presenza” (come si dice negli ultimi mesi), vagando dentro ambienti claustrofobici e insani, così ci spiazza se lo scopriamo più lindo e in teoria più rilassato, mentre sfalda la roccia dal salotto di casa sua usando un joystick.

Ho cercato online notizie sulla miniera di Henan, nella Cina centrale, quella citata da Bentivogli. La China Molybdenum ha trasformato le macchine usate per il trasporto dei materiali, dotandole di un sistema di guida a distanza, di telecamere e di antenne 5G, che captano i comandi lanciati da luoghi che possono distare decine di chilometri: i guidatori – prima seduti dentro le macchine – ora possono teleguidarle da qualsiasi posto. L’azienda è contenta perché lavorano di più e con maggiore sicurezza sul fronte di infortuni, intoppi e pandemie, pur restando molto controllabili.

La velocità e l’efficienza nella trasmissione di masse enormi di dati garantita dal 5G offre dunque la possibilità di rendere gestibili da remoto attività di ogni genere. Come abbiamo visto, non consistono solo – per fare due esempi – nella scrittura di un post come questo (lo sto scrivendo mentre ascolto i relatori del festival Nobìlita) o nella gestione dell’anagrafe di una grande città. In quel modo si possono sfornare anche vagoni carichi di minerali, fare secchi i nemici o produrre – almeno in parte – automobili.

La vita quotidiana dunque sta cambiando in modo molto più “smart” di quanto possa sembrarci, non soltanto nel mondo del lavoro e, spesso, con risvolti positivi. L’importante è far sì che quella vita non cambi a nostra insaputa, magari in negativo. Perché il cosiddetto “Internet delle cose” (IoT, da Internet of things, si riferisce all’estensione del web al mondo degli oggetti e dei luoghi reali), assieme al 5G, riserva meraviglie che noi comuni mortali non riusciamo per ora neppure a immaginare. Altri invece – nelle alte sfere – le immaginano, eccome. Cosicché bisogna essere altrettanto preparati.

Non sarò certo io a parlare di misteriosi complotti, perché il complottismo in voga mi fa venire l’orticaria. Semmai occorre essere consapevoli dei cambiamenti e prepararsi a gestirli. Per gli smart-lavoratori del presente e del futuro, insomma, è importante capire come evitare di trasformarsi in smart-sfruttati; per le imprese e i governi – almeno quelli democratici – è importante non tumulare lo scampolo dell’etica del lavoro nei labirinti digitali.

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