Pause pranzo inesistenti, impossibilità di staccare e adesso anche una giornata lavorativa che si allunga di quasi un’ora, per l’esattezza di 48 minuti. Il lato oscuro del lavoro da casa rivela nuove sorprese ogni giorno, come molti italiani si stanno rendendo conto sulla propria pelle. Il dato contenuto in una ricerca della New York University è stato presentato oggi in un convegno organizzato dalla First Cisl (federazione dei bancari) , che ha evidenziato come debba essere la contrattazione collettiva la bussola per governare lo smart working.

In Italia, nel settore finanziario e assicurativo la percentuale dei lavoratori in smart working era del 2,4% ad inizio 2020, prima del Covid – 19; è passata al 26,1% a marzo – aprile, dunque nel pieno dell’emergenza sanitaria; si è poi contratta parzialmente a maggio e a giugno, dopo la fine del lock down , scendendo al 16,5%. Secondo altre stime il numero complessivo di lavoratori italiani che ha lavorato da casa durante i mesi di lockdwn, e in parte continua a farlo, ha raggiunto gli 8 milioni.

“Durante il lock down abbiamo sperimentato non lo smart working ma l’home working: è stato necessario per contenere la diffusione del virus. Ma adesso – ha affermato il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani – dobbiamo andare oltre l’emergenza. Per farlo non servono però interventi legislativi eccessivamente prescrittivi, è la contrattazione che deve riappropriarsi del suo primato“.

Il Governo intende regolare lo smart working dopo il largo utilizzo dettato dalla pandemia con una legge che sia “leggera” in modo da tenere conto di situazioni ed esigenze molto diverse. Ha detto la sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi intervenendo al convegno organizzato dalla First Cisl sullo smart working in cui sono stati diffusi i dati. “Ascolteremo quanto ci diranno le parti sociali nell’incontro del 24 settembre – ha aggiunto – il Governo vuole accompagnare il cambiamento e quindi accanto alla contrattazione nazionale bisogna guardare agli esempi di quella decentrata”. Un cambiamento da attuare ad esempio della legge – ha spiegato – è il punto in cui si fa riferimento alle madri lavoratrici. La cura dei figli “non deve essere più appannaggio solo delle donne”.

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