“La città deve scegliere tra me e la Lega Nord”, sostiene Giuseppe Falcomatà. “È in confusione. Non ha argomenti. A chi non è contento del sindaco, io dico che sono la discontinuità”, ribatte Antonino Minicuci. Il botta e risposta tra il sindaco uscente del Pd, alla guida di una coalizione di centrosinistra, e il candidato del centrodestra scelto da Matteo Salvini esplode quando il ballottaggio è l’unico dato certo uscito dalle urne per le comunali di Reggio Calabria. Nella città dello Stretto la campagna elettorale non è ancora finita e, per la prima volta nella sua storia, Reggio Calabria assaporerà lo scontro del secondo turno alle amministrative.

Lo spoglio non si è concluso. Ufficialmente, infatti, mancano ancora tre sezioni, ma non ci sono margini di errore sul dato politico che è devastante per tutti. A partire dal primo cittadino di Reggio e dal centrosinistra che lo ha sostenuto: dal 61% del 2014, Falcomatà è passato al 37,09%, dilapidando circa 24 punti percentuali che oggi gli avrebbero garantito la vittoria al primo turno. Certamente ha preso più voti di Minicuci, che si è fermato al 33,88%, ma gli è mancato, comunque, più di un qualcosa rispetto alla tornata elettorale di sei anni fa. Una flessione che Falcomatà condivide con il suo Pd. Pur essendo il secondo partito più votato in città, infatti, 6 dei 24 punti persi sono i voti che sono mancati al Partito democratico che oggi ha rastrellato circa 9.400 voti (il 10,46%) mentre nel 2014 ne aveva 15.300. Non hanno fatto meglio le civiche collegate al primo cittadino uscente: basta pensare che “Reset”, dove era candidato il vicesindaco Armando Neri, è passata dall’8,41% di sei anni fa al 3,47%. E la stessa flessione l’ha subita la lista “La Svolta” certificando una debacle che non ha argomenti per essere giustificata.

Voti sfumati. Ma non tutti hanno preso la direzione di Minicuci che è di Melito Porto Salvo e non di Reggio Calabria, dove però è stato dirigente generale della città metropolitana prima di diventare segretario generale del Comune di Genova. Piuttosto gli elettori hanno punito la scarsa capacità di Falcomatà di unire un centrosinistra che si è presentato in frantumi. I consensi volatilizzati hanno trovato casa dalle parti di Saverio Pazzano (6,35%), espressione della sinistra radicale, e soprattutto di Angela Marcianò che, con il 13,88% (più del doppio delle sue liste) ha goduto del voto disgiunto sia degli elettori di centrosinistra che di quelli del centrodestra. Eppure, politicamente, la Marcianò l’ha “inventata” Falcomatà per poi trovarsi una spina nel fianco. È lui, infatti, ad averla nominata assessore comunale ai lavori pubblici, poi ci ha litigato e, infine, ci è finito insieme sotto processo per l’assegnazione del “Grand Hotel Miramare”. Il sindaco è ancora imputato assieme a mezza giunta comunale, mentre la candidata civica è stata condannata in primo grado. Uno scontro che, al di là degli strascichi giudiziari ha portato la Marcianò prima a essere nominata da Renzi nella segreteria nazionale del Pd e poi a candidarsi contro Falcomatà, sostenuta dal Movimento sociale italiano-Fiamma Tricolore.

Tornando al fronte Minicuci, il centrodestra “festeggia” il ballottaggio grazie ai voti di Forza Italia (primo partito con l’11,11%) e di Fratelli d’Italia (7,75%). Se i partiti di Berlusconi e della Meloni hanno tenuto, non è stato così per gli altri. Minicuci si è presentato come il nuovo, ma nelle sue liste ha infilato diversi personaggi protagonisti della stagione conclusa con lo scioglimento per mafia del Comune, avvenuto nel 2012. Per il resto, un diluvio di nostalgici della “Reggio da bere”, targata Giuseppe Scopelliti, l’ex sindaco e governatore della Calabria oggi in semi-libertà perché sta scontando la condanna nel processo sui conti del Comune.

La stessa Lega, che ha candidato a sindaco Minicuci, non è andata oltre il 4,76% perdendo la metà dei voti che, in città, ha preso a gennaio in occasione delle regionali. Troppo poco per il partito di Salvini che ha imposto il candidato a sindaco e lo ha fatto pure digerire a Forza Italia. Per bocca dei consiglieri comunali uscenti e del deputato Francesco Cannizzaro, infatti, poche settimane prima di puntare su Minicuci, i berlusconiani si erano pubblicamente espressi contro la scelta del burocrate fatta dalla Lega, per poi rimangiarsi tutto plaudendo all’ipotesi dello “straniero conquistatore di Reggio”. A bocce quasi ferme, centrodestra e centrosinistra pensano già al 4 e 5 ottobre quando le urne stabiliranno se concedere il “secondo tempo”, che chiede Falcomatà, o se consentire a Salvini di mettere la bandierina in una delle città più importanti della Calabria. Nonostante i goffi tentativi di smarcarsi dalla Lega da parte di Minicuci, l’obiettivo del Carroccio è proprio questo, e Reggio è lo strumento di una partita che Salvini e i suoi stanno giocando lontano dalla Calabria.

Minicuci sfrutterà la possibilità di un apparentamento con Angela Marcianò. Il suo 13,88% è una torta che fa gola al centrodestra e che, difficilmente, potrà essere offerta a Falcomatà dopo gli screzi degli ultimi anni. Sarebbe paradossale che il Pd chiedesse, o accettasse, i voti di una la coalizione di cui fa parte il Movimento sociale italiano che, seppur saldamente fermi allo 0,79%, hanno sposato il progetto della Marcianò. Piuttosto tra le file della stessa candidata civica c’è chi auspica un accordo con il centrodestra in cambio del ruolo di vicesindaco. Un do ut des in cui si potrebbe inserire anche Klaus Davi che ha preso il 4,64% con una sola lista. Dal canto suo, Giuseppe Falcomatà deve cercare di raccogliere i cocci di un centrosinistra dissanguato, serrare le fila e rimandare al 6 ottobre il redde rationem all’interno della sua coalizione. Deve soprattutto capire gli errori commessi in sei anni e che cosa non ha funzionato se dagli oltre 58mila voti incassati nel 2014 gliene sono rimasti meno di 35mila.

“Noi siamo aperti a tutti. – ha dichiarato ieri dai locali del suo comitato elettorale – Non ci sono più le coalizioni, ma c’è la città”. Intanto sembra ovvio aprire il dialogo con Saverio Pazzano e con il suo 6,35%. Non basterà per scongiurare la vittoria della Lega e di Minicuci in una Reggio Calabria dove anche il Movimento 5 stelle è crollato. Anzi, non è mai salito. In riva allo Stretto, infatti, i pentastellati sono praticamente inesistenti. Nonostante il maggior numero di parlamentari in Calabria (addirittura 17), il 20 e 21 settembre il M5S ha rastrellato appena 1.800 voti di lista, pari al 2,04%, dimezzando il risultato già disastroso delle ultime regionali. Come a dire: ci siamo anche noi ma non contiamo nulla.

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