Edin Dzeko schiaccia la bocca contro il palo. Resta fermo immobile per qualche secondo, mentre i fischi cadono giù dalle tribune dell’Olimpico. È già consapevole che quella sua giocata resterà scolpita nella memoria. È la sera del 21 febbraio 2016 e la Roma ha appena seppellito il Palermo sotto un pesante 5-0. Dzeko ha segnato due reti, eppure tutti parlano di un’altra prodezza. La scena inizia a girare in tv e sugli schermi dei telefoni.

Maicon raccoglie la sfera sulla destra dell’area di rigore rosanero e la mette in mezzo. È un pallone forte e teso, un pallone che deve soltanto essere accompagnato in porta. Edin è solo, apre il piatto e conclude a rete. Il telecronista urla il suo nome, ma si ferma immediatamente. Perché il pallone sfila sul fondo senza neanche sfiorare il palo. È un errore grottesco, parrocchiale, quasi comico. È uno scarabocchio che ritrae il suo momento. Perché sembra che all’improvviso uno degli attaccanti più forti del mondo abbia disimparato la cosa che gli viene più naturale: segnare.

Il giorno dopo sui social comincia a circolare una foto dell’attaccante bosniaco con gli occhiali da sole, un bastone bianco nella mano destra e nella sinistra il guinzaglio di un cane guida. Completano l’opera due semplici parole: Edin Cieco. È il momento più basso della carriera. Il suo modo di giocare viene banalizzato, analizzato per sottrazione. Dzeko non segna (appena 8 gol nel suo primo anno alla Roma), quindi diventa pacco, fregatura, per qualcuno addirittura bidone.

Il fatto è che il cigno di Sarajevo è un giocatore estremamente complesso. Due piedi da trequartista imprigionati sotto a un corpo da pivot. Un ossimoro che cammina. Ma è anche un calciatore che si è evoluto costantemente nel corso degli anni. Il gol non è più il fine ultimo, è solo una parte del tutto. Un concetto che ora potrebbe ribadire anche alla Juventus. Dzeko non è l’incarnazione del bomber. O almeno non lo è più. A Roma si è trovato a recitare più ruoli contemporaneamente: centravanti, seconda punta, regista offensivo, centrocampista aggiunto. Lui non occupa uno spazio, lo crea. Si decentra sulle fasce, genera superiorità numerica, gioca di sponda e poi o si accentra per provare la conclusione in porta oppure scarica per qualche compagno.

Spalle alla porta è un apriscatole che prova sempre a mordere la latta della difesa avversaria, a creare corridoi per sé e per gli altri. Negli ultimi anni la manovra arrugginita dei giallorossi ha arricchito il suo bagaglio tecnico, lo ha portato a cercare altre soluzioni per non morire di solitudine lì davanti. Così Dzeko ha iniziato ad abbassarsi verso il centrocampo, a cercare quei palloni da lanciare, di prima, per allargare il gioco innescando la corsa degli esterni. Una giocata che era diventata un tratto peculiare di Francesco Totti. Ma Edin è anche una fisarmonica, una punta abile nell’accorciare e allungare la squadra, un attaccante capace di far rifiatare i compagni o di comprimerli all’indietro per poi farli schizzare in avanti in ripartenza.

La sua fisicità è contraddittoria. Ciclopico ma mai sgraziato, imponente ma veloce, giraffesco ma capace di usare la testa più per mettere giù quei palloni scagliati lontano dalla difesa. A 34 anni Edin Dzeko non ha completato la sua mutazione. Il suo carattere è stato forgiato nella Sarajevo assediata dalla guerra: a casa sua vivono in 15 in 37 metri quadri. Nel suo mondo le sirene gridano per annunciare il pericolo. Una volta, quando è ancora un bambino, si cambia per andare a giocare con gli amici. Sua madre gli impedisce di uscire: poco più tardi il campetto salta in aria per una granata.

Il suo approdo nel calcio che conta è datato 2007: Felix Magath lo porta al Wolfsburg. Il primo anno è di adattamento, il secondo è quello della consacrazione. Il bosniaco gioca accanto a Grafite. E i due diventano una coppia perfetta. Dzeko segna 26 gol e il Wolfsburg si laurea campione di Germania. La provincia comincia a stargli stretta. Nel gennaio del 2011 il Manchester City lo paga 35 milioni di euro. Ma l’impatto con l’Inghilterra non è dei migliori. In 15 partite segna appena 2 reti. È un incidente di percorso. Perché Dzeko riprende a segnare. Non farà molti gol, ma sono tutti pesanti. Compresa la rete del pareggio contro il QPR nella rimonta che il 13 maggio del 2012 regala il titolo alla squadra di Mancini.

Nel 2015 il passaggio alla Roma. Garcia gli consegna l’attacco e mette Totti in panchina. Alla seconda giornata Edin sale in cielo, sovrasta Chiellini e segna il gol con il quale la Roma batte la Juventus. Ma il sogno prende presto le sembianze dell’incubo. L’annata sarà un flop, con Garcia esonerato e rimpiazzato da Spalletti. La stagione successiva diventa la migliore della carriera di Dzeko: il bosniaco segna 29 gol e diventa capocannoniere della A. L’era Di Francesco invece è un giro sulle montagne russe. La Roma supera i gironi di Champions e Monchi decide di vendere il suo miglior giocatore al Chelsea nel mercato di gennaio. Dzeko si mette di traverso e resta in giallorosso. Dopo la storica rimonta sul Barcellona il bosniaco si presenta davanti alle telecamere e si dice contento che la “sua” Roma sia fra le prime 4 d’Europa.

La scorsa estate un’altra cessione sfiorata. Stavolta all’Inter di Conte. Sembra tutto fatto, ma alla fine la trattativa scoppia come una bolla di sapone. Dzeko rinnova con la Roma e rilascia un’intervista. “Quando vai via – dice – è come con una ragazza, solamente quando se ne va capisci quello che avevi e che non avrai più”. Una frase che in questo mercato può diventare profezia.

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