di Luigi Ioverno

Ho letto che la Regione Campania ha approvato una legge che istituisce lo psicologo di base, destinato a lavorare in collaborazione con i medici di famiglia e i pediatri. L’idea mi sembra ottima, ma di fatto esistono almeno un paio di problemi pratici per la sua realizzazione.

1) Non si può istituire un servizio di psicologia pubblica fino a quando non si definisce un concetto di “normalità psichica” condiviso e unanimemente accettato da tutte le correnti di psicologia e psicoanalisi che operano già nel privato e nel pubblico e, almeno in parte, sono pure riconosciute dal Ministero della Salute come psicoterapie.
2) Potrà sembrare strano ma, pur essendo in disaccordo su tutto, su una cosa concordano tutti gli “psic.” (psicologi, psicoanalisti, ecc.) e cioè che la “normalità psichica” non esiste, perché tutti la considerano solo un concetto teorico non applicabile alla vita reale.

Ovviamente io ritengo il contrario e cioè che il benessere psicologico “stabile” sia la conseguenza della realizzazione della normalità psichica; invece la maggior parte degli “psic.” considera il benessere psicologico l’obiettivo prioritario raggiungibile anche separatamente. Questo aspetto potrebbe anche essere considerato di poco conto se i pazienti si rivolgessero agli “psic.” solo in forma privata, perché in quel caso, pagando, uno ha il diritto di farsi curare da chi vuole. Ma siccome qui si sta prospettando una psicologia pubblica, addirittura collegata alla medicina di base e alla pediatria, le cose cambiano e di parecchio.

Per capire l’importanza del concetto di “normalità” facciamo degli esempi concreti. Se io ho un problema di salute e vado in un ospedale qualsiasi, il medico che mi visiterà mi farà una serie di analisi e sulla base di criteri condivisi con i medici di tutto il mondo mi tratterà più o meno allo stesso modo per farmi recuperare una condizione di “normalità” che in medicina viene considerata la base del mio benessere.

Invece, nelle varie forme di psicologia e psicoanalisi le cose sono completamente diverse, perché se uno va da uno “psic.”, perché per esempio è depresso, verrà sia diagnosticato che trattato in maniera totalmente diversa a seconda se si troverà di fronte uno psicologo cognitivista, un adleriano, uno psicoanalista junghiano, freudiano, ecc. (e questo solo per citare alcuni degli orientamenti più conosciuti).

Tanto per dire. Qualche anno fa, il direttore di una rivista di psicologia divulgativa, rispondendo a una lettrice che si sentiva depressa perché il marito non la desiderava più sessualmente, le consigliava di farsi una storia con un altro uomo, perché già soltanto il fatto di cambiare atteggiamento, abitudini, abbigliamento, pettinatura, tono dell’umore, ecc. avrebbe incuriosito il marito e stimolato in lui nuovamente il desiderio sessuale.

In pratica, è evidente che il direttore considerava che il benessere della paziente passasse necessariamente attraverso la realizzazione del suo desiderio (essere di nuovo desiderata) senza pensare alle implicazioni psicologiche strutturali di tutti i partecipanti all’eventuale storia e agli effetti collaterali anche di tipo sociale di certi comportamenti (per esempio, che un tradimento all’interno di una coppia sposata, anzichè un ritorno del desiderio, potrebbe creare invece la rovina di almeno due famiglie).

Non vorrei essere frainteso. Io non voglio mettere in discussione nessuna corrente di psicologia o psicoanalisi, anzi, per me ognuna ha il diritto di vivere serenamente nel privato proponendo le proprie teorie, anche avveniristiche; però per operare nel servizio pubblico tutte le correnti dovrebbero dichiarare una metodica diagnostica chiara e un obiettivo terapeutico minimo, condiviso con tutti gli altri orientamenti, ma soprattutto spiegabile anche ai non specialisti (pazienti e parenti compresi intendo).

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