“A presidè, guardi che j’o faccio giocà pe’ davero eh!”. La genuinità popolare di Carletto Mazzone è tra i motivi che lo hanno reso uno dei personaggi più amati della storia del calcio italiano: poche sovrastrutture, romanesco d’ordinanza e sincerità. Leggenda narra che l’abbia sperimentata anche Corrado Ferlaino quella onestà un po’ sprucida. Motivo? Josè Luis Calderon, considerato forse a ragione il più grande bidone della storia del Napoli. Estate ’97, i fasti maradoniani sono lontani e la Ssc Napoli di Ferlaino è parecchio indebitata. Scansato il fallimento per un pelo negli anni precedenti, grazie a cessioni dolorose ma necessarie come Zola, Ferrara, Cannavaro, Fonseca, Thern, si vorrebbe provare a conquistare almeno un posticino in Coppa Uefa. Serve una buona campagna acquisti però e l’ingegnere per gli stranieri ha buon occhio, specie se sudamericani: lasciando perdere “Quell’acquisto”, lo ha mostrato con Careca, Alemao, ma anche con i vari Fonseca, Andrè Cruz, e pure l’anno prima con Beto dal Botafogo, fantasista con limiti caratteriali evidenti, ma tutt’altro che scarso.

Stavolta si guarda all’Argentina e l’interesse ricade su Josè Luis Calderon, protagonista con l’Independiente di un gran campionato, con 23 gol tra apertura e clausura. Il Napoli fa sul serio e avvia la trattativa. Intanto Passarella convoca l’argentino in Seleccion per la Copa America in Bolivia, facendo aumentare la curiosità e i sogni dei napoletani. Dicerie e racconti la vorrebbero una convocazione volta a far lievitare il prezzo del giocatore, “convocato di proposito al posto di Batistuta e Balbo per rifilare un pacco al Napoli”. In realtà a Passarella di far guadagnare qualche miliardo in più all’Independiente non poteva fregare di meno: il ct della Seleccion, in polemica con la Federazione sudamericana accusata di favorire la Bolivia, padrona di casa, dopo una partita di qualificazione decise di schierare una nazionale sperimentale, senza big, dopo aver minacciato di non partecipare. In quella nazionale senza Batistuta, senza Balbo e senza nessuno dei calciatori che all’epoca giocava in Europa (Ayala, Chamot, Almeyda, Sensini, Simeone, Veron, Zanetti, Ortega, Crespo, Claudio Lopez…insomma, parecchia roba) ma con Delgado, Posse, Monserrat, Bassedas e la numero 10 sulle spalle di un portiere, Nacho Gonzales, fu naturale che trovasse spazio in attacco Calderon, che aveva fatto 23 gol in patria.

Per l’Argentina quella esperienza naturalmente finì male, ma Josè Luis arrivò in Italia entusiasta, forse troppo. “Angelillo ha fatto 33 gol, mi accontento di 32” disse all’arrivo. Ma era un Napoli con enormi problemi, già dal precampionato dopo due gol con Leffe e Chivas di Guadalajara e con gli azzurri che perdevano pure col Lecco in amichevole. L’avvio degli azzurri fu disastroso: il Napoli beccava caterve di gol, e Mutti preferiva Bellucci e Protti all’argentino. Con l’arrivo di Mazzone Josè Luis fa anche una gara da titolare, contro il Bologna, e sul 2 a 1 per i rossoblù, al 90esimo si prende il pallone per tirare un rigore: Bellucci gli toglie la palla in malo modo e calcia in curva. Il rigore lo sbaglia Bellucci, Calderon non giocherà più, e a dicembre già tornerà in patria. Ferlaino, ci aveva pure provato a difendere il suo investimento, chiedendo ogni tanto a Mazzone: “Mister, mi faccia giocare Calderon”, con l’allenatore che nicchiava. Alla terza o quarta richiesta, un Carletto spazientito avrebbe risposto, a mo’ di minaccia: “’A presidé, guardi che j’o faccio giocà pe’ davéro eh?”.

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