Bastava dirglielo”. 1996, Madrid: così, con due semplici parole, viene liquidato un equivoco tattico che per tutto l’anno precedente aveva tenuto banco a qualche centinaia di chilometri di distanza, nella Milano nerazzurra. Poco più di un anno prima, estate 1995: Massimo Moratti è diventato da qualche mese presidente dell’Inter, rilevando la società da Ernesto Pellegrini. Sogna in grande e dopo aver confermato Ottavio Bianchi in panchina si dedica alla sua prima campagna acquisti: arriva il puntero argentino Rambert e con lui Zanetti, Benny Carbone dal Napoli, Paul Ince dallo United, Ganz dall’Atalanta, la giovane promessa Fresi dalla Salernitana e poi per 10 miliardi un terzino brasiliano che già aveva adocchiato Pellegrini anni prima, Roberto Carlos dal Palmeiras.

Ma a dispetto dei tanti colpi l’Inter di Bianchi non gira: 4 punti in 4 partite in serie A, l’eliminazione al primo turno di Coppa Uefa contro il modesto Lugano e partite tutt’altro che convincenti allontanano i sogni. Tra i nuovi fa flop l’attesissimo Rambert. Mentre stupisce l’altro argentino, arrivato in sordina, Javier Zanetti e ha un ottimo impatto proprio Roberto Carlos. Sette gol nelle prime sette partite tra campionato, Coppa Uefa e Coppa Italia: tanta corsa, tanti muscoli e un sinistro esplosivo che terrorizza portieri e avversari, specie quando si presenta per calciare una punizione. Suo il gol decisivo al Venezia in Coppa Italia, suo il gol decisivo all’esordio contro il Vicenza, suo il gol a Lugano, in Coppa Uefa.

Ma è il 1995, sono ancora anni in cui si guarda con diffidenza a tutto ciò che arriva dal Brasile e non produce dribbling, tacchi e belle giocate: se proprio non sono ali, fantasisti o centravanti, al massimo si accettano centrali di centrocampo, ma terzini, portieri e difensori carioca ancora vengono guardati con sospetto. Quella tendenza di Roberto Carlos a segnare, unita alla propensione a offendere e a qualche errore (fisiologico per un giocatore al primo anno in Italia in una squadra in difficoltà) generano il più classico degli equivoci. Bianchi ha già fatto le valige e Hodgson fa un pensiero alla Abatantuono: “Un brasiliano ho, che segna pure, lo spreco in difesa?”. Di qui il pellegrinaggio di Roberto Carlos in tutte le zone del campo che non siano la fascia sinistra bassa. Qualche volta esterno alto, qualche volta attaccante, qualche volta addirittura al centro accanto ad Ince. E questo a Roberto Carlos non piace: il rendimento ovviamente cala, di gol ne fa solo altri due di cui uno su rigore senza mai tornare al suo ruolo naturale.

A fine stagione si tirano le somme: Moratti conferma Hodgson in panchina, il brasiliano di fare il jolly non ne ha la minima intenzione e chiede al presidente la cessione. E no: non viene mandato via per far posto a Pistone, come leggenda narra, è lui a chiedere di essere ceduto. Dal canto suo Hodgson non si strappa i capelli e il brasiliano viene messo sul mercato. La notizia trapela e da Milano arriva a Madrid. C’è Capello sulla panchina delle merengues che subito avverte il presidente Sanz e preme su di lui: “Prendiamolo”. Il numero uno madrileno ci prova, ma la richiesta nerazzurra è pesante: “Mi hanno chiesto Zamorano più soldi”. “E tu daglieli, tutti e due”, gli dice Capello.

Lo scambio si fa, Roberto Carlos viene valutato 7 miliardi, Zamorano 4 e tutti contenti. All’epoca. Già dopo qualche partita del Real si capisce che forse i nerazzurri si sono lasciati scappare un terzino davvero forte, dopo 500 partite con le merengues, 4 Liga vinte, 3 Champions, 2 Intercontinentali, 1 mondiale, e 7 designazioni nella squadra dell’anno Esm si può parlare di uno dei più grandi rimpianti nerazzurri. Perché? Perché “Non sa fare le diagonali”, diceva di lui Hodgson, giustificandone l’addio con quelle lacune. Un problema di facile risoluzione secondo chi lo ha reso uno dei calciatori più forti di sempre. Come? Con le due parole di sopra: Capello a chi gli chiese conto dell’esplosione di Roberto Carlos al Real alla luce dei problemi con le diagonali palesati da Hodgson rispose: “Bastava dirglielo”.

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