Particolarmente sensibile alla gradevolezza estetica l’ex patron del Milan Silvio Berlusconi non s’è mai fatto mancare la compagnia di un calciatore dai piedi molto buoni. L’ex cavaliere è alla ricerca della pregevolezza calcistica oggi col suo Monza, a più di 80 anni, e lo era ancor di più 35 anni fa, nel pieno del suo boom imprenditoriale e desideroso di lì a poco di prendersi il mondo pallonaro col suo Milan. E dunque, quella facilità di rimaner folgorato da incedere leggiadri, passi vellutati, movimenti sinuosi e tocchi sapienti non poteva non venir solleticata guardando la tv l’8 dicembre del 1985: di scena Juventus-Argentinos Juniors, Coppa Intercontinentale.

È la gara in cui Michel Platini assume la celebre posa della Venere di Tiziano, dopo un gol da cineteca annullato, ma no, non è questa forma d’arte a colpire Berlusconi. C’è il numero 9 dei rossi che danza in campo, pennella assist per i compagni e si fa apprezzare per classe, tecnica e fantasia. Dall’Avvocato, altro fine intenditore. Da Platini, che lo definisce “Il Picasso del Calcio”. Da Berlusconi, che quel nome lo scrive e lo ripone nel taschino. Il tycoon milanese nel calcio a quella data ancora non c’è ma ci entrerà a breve, rilevando il Milan da Giussi Farina, con il sogno di portarci quel fantasista, Claudio Daniel Borghi.

L’occasione si presenta un anno e mezzo dopo: Agnelli si ricorda di quell’argentino e vuol farne l’erede di Platini, Berlusconi però ne ha fatto un cruccio. Lanciatosi da poco nel calcio, è pronto ad assicurare a Arrigo Sacchi una squadra stellare e in campagna acquisti si fionda sul suo pupillo e lo acquista per 3,5 miliardi, poi prende Carlo Ancelotti, sborsa la cifra record di 13,5 miliardi per Ruud Gullit. Per la metà di quanto ha speso per Borghi il cavaliere compra Marco Van Basten dall’Ajax. Il presidente è pazzo di quel calciatore: bello e dannato sì, ma non secondo i cliché canonici.

Nessun vizio: è mormone (era), e non usa alcol, droghe figuriamoci, ed è fedele al precetto del divieto di sesso prima del matrimonio. Mente svelta: ha dovuto allenarla più dei piedi, complice un’infanzia difficile in cui rimane orfano presto. Avvezzo alle buone letture, pochissimo ai dogmi che non esita a mettere in discussione. L’argentino nelle amichevoli e nei tornei pre campionato brilla: è il miglior giocatore del Mundialito, i suoi colpi incantano. Ma Sacchi coi fantasisti non ha mai avuto gran feeling, di difficile collocazione, poco avvezzi al sacrificio e in più Borghi il suo caratterino ce l’ha e critica i metodi di allenamento del romagnolo (“Perché devo correre chilometri se il campo è lungo 100 metri?”) e in squadra possono starci solo due stranieri. A malincuore Berlusconi è costretto a cederlo in prestito: al Como, inizialmente.

Se con Sacchi va male, con Agroppi prima e Burgnich poi, però, va peggio: i lariani devono salvarsi, c’è poco spazio per un fantasista che vuol tessere e non distruggere il gioco altrui. Solo sette partite senza gol per lui. Berlusconi si lancia in una difesa strappalacrime dell’argentino e sui motivi della mancata esplosione a Como: “Ma lo sapete che fino a pochi giorni fa Borghi viveva in una casa vuota, senza mobilio, tanto da essere costretto a sedersi su un cartone?”. Un po’ difficile da credere, considerando che peraltro forse almeno una sedia in plastica Claudio Daniel, stipendiato proprio da Berlusconi, avrebbe potuto permettersela.

Per la gioia del presidente tuttavia in quella stagione uno spiraglio si apre: arriva l’ok per il terzo straniero in rosa e il patron rossonero, fresco di scudetto, già immagina gli sfracelli che potrebbe fare il tridente Gullit-Van Basten-Borghi. Ma è un’idea solo sua: Sacchi non vuol neppure sentirlo nominare e chiede che il terzo slot per uno straniero sia dedicato a un altro “tulipano”, Frank Rijkaard. Non potendo cacciare un allenatore fresco di scudetto e che di lì a poco gli avrebbe portato due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali, Berlusconi rinuncia a Borghi.

Il fantasista dopo una breve esperienza in Svizzera, al Neuchatel, torna in Sudamerica, girovagando tra Argentina, Cile e Messico, prima di iniziare ad allenare. In panchina gli va decisamente meglio che da calciatore: un ottimo palmares e il rispetto per una mente sopraffina. Da amante dei giocatori tecnici (i suoi preferiti Riquelme, Mati Fernandez e Valdivia) ha dichiarato che il Borghi allenatore avrebbe fatto giocare il Borghi calciatore, ma ricordando che in fondo tutto è relativo: “Perché il calcio è come il sesso, tutto il mondo dice di farlo bene, ma nessuno può dimostrarlo”.

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