Il ministro della Difesa Giulio Andreotti si avvicina lentamente al microfono. Indossa un completo scuro senza cravatta e ha i capelli impomatati pettinati all’indietro. Stavolta il divo non ha molta voglia di parlare. Sabato 20 agosto la stampa di tutta Italia si è radunata a Fiumicino per l’inaugurazione di qualcosa che ancora non esiste. Mancano 5 giorni alle Olimpiadi di Roma del 1960, ma il tanto annunciato nuovo scalo della capitale è un simulacro vuoto. Nessun atleta vi è potuto atterrare perché la struttura non è ancora pronta a ricevere voli di linea. Ci si può fermare giusto qualche charter in modo da decongestionare il traffico aereo su Ciampino. Troppo poco per un’opera che è costata miliardi e un decennio di lavori. Andreotti lo sa perfettamente. “Forzando i tempi – dice – il nuovo aeroporto sarebbe potuto entrare in funzione prima delle Olimpiadi, ma si è voluto assicurare ai servizi il più rigoroso collaudo. Perciò non possiamo che rammaricarci per le voci allarmistiche sorte a proposito del Leonardo da Vinci e per le critiche mosse da diversi ambienti, che non trovano riscontro nella realtà”.

Solo poche parole prima di salutare in vista della seconda parte di quella surreale cerimonia. Perché alle 18.20 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi atterra a Fiumicino con un volo proveniente da Napoli, cammina davanti a 300 avieri sull’attenti, scopre una statua di Leonardo da Vinci alta quasi nove metri. E poi se ne va. La vicenda dell’aeroporto romano si trascina dal 1949, quando si decide di far sorgere lo scalo sui terreni della duchessa Torlonia. Quei terreni sono paludosi e anche dopo una bonifica costata una montagna di quattrini le piste continuano a sprofondare nel terreno. Per asciugare il suolo vengono utilizzate tonnellate e tonnellate di terra prelevate dall’area che si trasformerà nella discarica di Malagrotta. Non è una scelta azzeccata. Qualche mese più tardi il fondo della pista è già dissestato.

I giornali internazionali scherzano sulla vicenda. Qualcuno titola: “E ora si torna a Ciampino?”. Lo scalo diventa operativo solo sei mesi dopo le Olimpiadi. Nella notte fra il 14 e il 15 gennaio 1961 un “Lockheed Constellation” della Twa diventa il primo aereo di linea a posarsi sull’asfalto di Fiumicino. Era partito da New York e aveva fatto scalo a Tunisi. Ma le peripezie dell’aeroporto Leonardo Da Vinci sono diventate storia. Sul Corriere della Sera Indro Montanelli scrive: “Il caso dell’aeroporto di Fiumicino è molto peggio di un furto di una rapina a mano armata o di una incursione di briganti. Chissà quanti altri Fiumicini ci aspettano”. E ancora: “Sull’onda dello scandalo, si forma una commissione d’inchiesta parlamentare. Socialisti e comunisti chiedono le dimissioni dell’allora ministro della Difesa Andreotti, senza esito. La commissione non prende provvedimenti… e nel 1963, la Procura di Roma archivia tutto“. In 14 anni di lavoro i costi dell’aeroporto sono lievitati enormemente. Dai 15 miliardi originariamente previsti si è passati a più di 80. Più di quanto stanziato per l’intera organizzazione delle Olimpiadi.

Su Roma cade una pioggia di 65 miliardi di lire. Servono a trasformare la città in una capitale moderna, a completare il passaggio da Paese agricolo a industriale. Ma non tutto va per il verso giusto. Il 4 aprile del 1959 il Commissario straordinario della Figc, Bruno Zauli, braccio destro del presidente del Coni Giulio Onesti, risponde alle domande sulle Olimpiadi. E non nasconde i suoi dubbi. “Siamo in ritardo di due anni in fatto di preparazione – ammette – ma comunque è formulato un programma che dovrebbe dare buoni risultati”. È una corsa contro il tempo. L’inverno più piovoso del secolo dilata ulteriormente i tempi. Il sindaco di Roma, il democristiano Urbano Ciocchetti, autorizza l’apertura dell’Hotel Hilton in un’area che era destinata a parco pubblico proprio sotto Monte Mario. Ma Roma si ritrova anche senza infrastrutture sportive, senza strade e senza treni. Si scopre che in tutta Italia ci sono meno locomotive rispetto al 1949.

Il traffico diventa un incubo. Vengono realizzate l’Olimpica (che doveva aiutare a fuggire dagli ingorghi le oltre 1200 auto di atleti e funzionari) e corso Francia. Ma ogni sport ha bisogno di un nuovo teatro. Vengono realizzati il Palazzetto dello Sport al Flaminio, lo Stadio Flaminio, il Velodromo Olimpico, lo Stadio del Nuoto, mentre lo Stadio dei Cipressi viene trasformato nello Stadio Olimpico, sede della cerimonia di apertura e chiusura dei giochi. Anche lo Stadio dei Marmi viene ritoccato. All’Eur, invece, vengono costruiti il Fungo, vengono istallati i padiglioni della Fiera di Roma e, soprattutto, viene costruito il laghetto artificiale disegnato da Marcello Piacentini. Nel maggio del 1958 partono i lavori per la costruzione del vero fiore all’occhiello dei Giochi romani: il Villaggio Olimpico. In due anni esatti viene tirata su un’area di circa 50mila metri quadri, con edifici di due, tre o quattro piani per un totale di 4500 vani. Il progetto è innovativo. Gli edifici sono sollevati da terra e poggiano su dei pilastri. Serve a lasciare libero il pian terreno e offrire spazi di riposo all’ombra. Intorno al cemento si incastrano lunghe strisce verdi fatte di erba, pini, lecci e allori. Senza dimenticare i 14 ristoranti di circa 1000 mq ciascuno, una sala per feste e riunioni, l’ufficio postale, il telegrafo, i telefoni, una infermeria, l’ufficio turistico, i negozi di articoli vari e souvenir, la lavanderia, i saloni da barbiere e i bar. Un piccolo angolo di paradiso che non piacerà a Livio Berruti. Troppo caldo. Così il velocista, futuro campione olimpico nei 200 metri, se ne andrà a dormire a Rocca di Papa tornando al Villaggio solo con la medaglia già al collo.

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