Mi ha sempre lasciato perplesso (per usare un eufemismo) l’abitudine italica di considerare alcuni personaggi – in certe fasi della nostra storia – alla stregua di santi e beati (già esibisco molti sintomi di laica prevenzione nei confronti di quelli certificati…).

Così come detesto il febbrile darsi da fare per attribuire un significato “mistico” o “taumaturgico” alle loro frasi, estrapolate da un discorso a seconda dei gusti, manco fossero frammenti dei lirici greci (chi ha fatto il classico capisce…) od oracoli.

Ora tocca misticamente – sui media nostrani – a Mario Draghi: persona preparatissima, per carità… ma per nulla santo o beato. È un uomo importante della finanza (globalizzata) che esprime una sua apprezzabile opinione, talvolta dicendo cose prevedibili (tipo che il futuro è dei giovani, che c’è debito e debito, ecc). Di certo, non è un profeta né l’uomo della provvidenza.

E certamente, se la collettività non saprà esprimere un’intera classe dirigente degna di questo nome, saremo fritti, in compagnia dei Draghi di turno. Quello che agli italiani manca ancora è la sincera consapevolezza del fatto che chi ci rappresenta nelle istituzioni viene scelto da noi, mica dai marziani o dagli indefiniti “poteri forti”. Tutti gli altri alibi sono frutto di autocommiserazione, vittimismo, opportunismo e (italianissimo) paraculismo.

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