Ci sono i giovani al centro dell’intervento dell’ex presidente Mario Draghi al convegno inaugurale del Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini. Vero filo conduttore dei vari argomenti toccati da Draghi nel suo discorso di circa mezz’ora. Cita due volte John Maynard Keynes e lancia messaggi di speranza: “Sono tempi di incertezza, di ansia e di riflessione. Ma non siamo soli e la strada si ritrova certamente” . Giudica positivamente le azioni che sono state messe in campo per arginare le conseguenze sociali ed economiche della pandemia, l’uso di un certo pragmatismo che ha consentito di superare regole che già da tempo avrebbero dovuto essere riformate. A questo proposito Draghi ricorda una celebre frase di Keynes: “Quando i fatti cambiano, io cambio le mie idee”.

E tuttavia avverte “i sussidi sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti ma servono a ripartire, non resteranno per sempre. Ai giovani – aggiunge – bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri“. Il rischio evidenziato da Draghi è più forse sociale che economico: il pericolo di una perdita di capitale umano. Il Pil si recupera, le generazioni si possono perdere definitivamente. “Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica – aggiunge – sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze”

Un debito “buono” per non tradire i giovani – “La ricostruzione sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi come investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc”. Dovrà quindi essere un debito “buono”, che gli investitori riconoscono come tale. Altrimenti non basteranno i bassi interessi a salvarci dal peso di un fardello sempre più impegnativo da portare. Soprattutto, di nuovo, un invito a non tradire i giovani, ossia coloro che in futuro dovranno farsi maggiormente carico di onorare questi debiti. “In passato una sorta di egoismo collettivo ha dirottato risorse verso utilizzi con immediato ritorno politico”. Questo adesso non è più possibile perché “non dobbiamo e non possiamo privare i giovani del loro futuro”, ha affermato l’ex presidente della Bce. Gli ingenti sforzi di questi mesi, i soldi erogati da Bruxelles ai governi dovranno finanziare “una crescita che rispetti l’ambiente e non umili la persona”

L’Unione europea che verrà – Una prima mutualizzazione del debito, il recupero di centralità dell’azione della Commissione UE sono giudicati da Draghi segnali importanti ed estremamente positivi. Passi nella direzione di una maggiore integrazione e armonizzazione economica dell’area euro che potrebbe sfociare un domani nella nascita di un unico ministero economico europeo.

Uno sguardo al futuro – Durante la pandemia alcuni settori economici sono cresciuti, altro recupereranno rapidamente le condizioni precedenti ma altri non lo faranno mai completamente. “Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo, avvisa Draghi, e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principi. Dalla politica economica – ha aggiunto – ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemmo la strada”.

“L’erosione – ha evidenziato – di alcuni principi considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione del Wto, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, che attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale; e in Europa, alle voci critiche della stessa costruzione europea, si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute essenziali per il suo funzionamento, concernenti: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato; regole successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia”.

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