“Isole delle partenze”, “porto dei barconi”, “hub della rotta migratoria”: così viene descritto l’arcipelago tunisino di Kerkennah, a soli 120 chilometri dall’Italia, più vicino a Lampedusa che a Tunisi. Le acque che separano l’isola siciliana dalla gemella nordafricana sono tristemente conosciute per i numerosi naufragi che lì hanno avuto luogo. L’ultimo, pochi giorni fa, ha provocato la morte di 56 persone. È da qui – nel sud della Tunisia, lontano dai palazzi amministrativi della capitale in cui il 28 luglio Luciana Lamorgese incontrava il presidente Kais Saied – che partono i gommoni verso l’Italia. Ad imbarcarsi sono i migranti venuti dall’Africa subsahariana per i quali il Paese maghrebino è solo una tappa del viaggio, ma anche tanti giovani tunisini. Questo tratto di mare distante quanto Milano da Torino è la “rotta da bloccare”, ha dichiarato la ministra dell’Interno.

La crisi tunisina: “È la peggior recessione dal 1956”
Per capire perché i giovani tunisini si imbarchino sempre più spesso verso l’Italia è fondamentale comprendere la portata della crisi sociale esplosiva che minaccia la Tunisia. Nel Paese maghrebino, specialmente nelle regioni dell’entroterra e del sud del paese, dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 35%, la crisi sanitaria ha contribuito a peggiorare notevolmente condizioni di vita già estremamente precarie. Nella regione di Tataouine (Sahara tunisino), tra le più povere del Paese, dopo il lockdown i giovani disoccupati hanno ricominciato a protestare chiedendo al governo l’applicazione di un accordo firmato nel 2017 che avrebbe dovuto garantire la creazione di nuovi posti di lavoro grazie al coinvolgimento delle imprese petrolifere che operano nella zona, tra cui l’italiana Eni a cui viene chiesto di procedere al reclutamento di manodopera locale. Cosa che non è ancora accaduta. Oltre ai giornalieri e al settore dell’economia informale, 400mila lavoratori della zona costiera quest’anno resteranno a casa: il settore del turismo, il 20% dell’economia del Paese, è in piena crisi a causa della chiusura delle frontiere.

La situazione rischia di precipitare, stando alle previsioni della Banca Centrale Tunisina: il Pil si ridurrà del 4,3%, e ciò comporterà un aumento della disoccupazione di almeno 6 punti percentuali. Dal 15% al 21% della popolazione totale senza lavoro in pochi mesi. In cambio di una serie di riforme, il Fondo monetario internazionale ha concesso un prestito d’urgenza alla Tunisia di 745 milioni di dollari per “attenuare le ripercussioni della crisi sul piano umanitario, sociale ed economico in un contesto più incerto che mai” pur prevedendo la “peggiore recessione dai tempi dell’indipendenza nel 1956”. Il Paese si troverà ad affrontarla in piena crisi politica: il primo ministro Elyes Fakhfakh si è dimesso il 15 luglio, a soli sei mesi dalla sua nomina, e il Paese attende un nuovo governo. Secondo l’ultimo rapporto sui movimenti sociali del Forum tunisino per i diritti economici e sociali, le proteste a giugno 2020 sono raddoppiate rispetto all’anno precedente: “Le tensioni politiche e l’instabilità del governo potrebbero esporre il Paese a uno scenario difficile. Le condizioni sociali attuali richiedono politiche economiche e sociali chiare, eque e trasparenti che ristabiliscano un rapporto di fiducia tra popolazione e dirigenti”.

Le isole Kerkennah: da perla del Mediterraneo a trampolino delle migrazioni (per colpa del petrolio)
“Da Kerkennah e Lampedusa? Ci vogliono poche ore. Capita spesso che ci addentriamo accidentalmente nelle acque territoriali italiane, poi torniamo indietro”, racconta un pescatore incontrato lungo l’unica strada che taglia l’isola da nord a sud. Per gli abitanti del posto quel confine tra Tunisia e Italia era quasi impercettibile. Oggi, sempre più controllato. Tutti ricordano quando due anni fa, al largo di Lampedusa, le autorità italiane hanno arrestato l’equipaggio di un peschereccio partito da Zarzis per soccorrere dei migranti in difficoltà. “A Kerkennah chiunque ha una barca”, prosegue. “Siamo una società di pescatori, qui viviamo del mare. È la nostra unica risorsa”. Le acque nei pressi dell’isola, infatti, sono di proprietà degli abitanti: delle barriere naturali costruite con foglie di palme piantate nella sabbia delimitano le “parcelle di mare”. Ogni famiglia dell’isola ne possiede una e tramanda di generazione in generazione quelle tecniche di pesca ancestrali riconosciute come patrimonio immateriale dell’Unesco.

Prima di trasformarsi in un porto di partenze, Kerkennah è stata un porto di arrivi. Un tempo fiore all’occhiello del turismo in Tunisia, famosa per le sue acque cristalline, attirava i tour estivi di italiani e francesi in vacanza. Ma da quando il fragile equilibrio tra uomo e natura si è rotto sono gli stessi abitanti dell’isola a partire. Kerkennah, che si ritrova oggi al centro delle trattative internazionali tra Unione europea e Tunisia, a metà strada tra Libia e Italia, è il simbolo di quella crisi sociale, economica, climatica che si intreccia con la questione migratoria nel Mediterraneo. Da quando la società tunisina Thyna Petroleum e il colosso britannico dell’industria petrolifera Petrofac, implicato in uno scandalo di corruzione per aver versato tangenti alla famiglia dell’ex dittatore Ben Ali, hanno cominciato a trivellare a pochi chilometri dalle spiagge, Kerkennah ha cambiato volto.

Nel novembre del 2017 una marea nera fuoriuscita dopo la rottura di una tubazione di un pozzo appartenente a Thyna Petroleum ha provocato una moria di pesci e le proteste degli abitanti dell’arcipelago. Non era la prima volta: nel 2016, per mesi l’Unione dei giovani disoccupati ha organizzato sit-in di fronte allo stabilimento Petrofac dopo la sospensione dei finanziamenti a sostegno dell’occupazione. Anche a causa della presenza di numerosi contingenti di polizia inviati sull’isola per evitare nuove proteste, la situazione resta tesa. E irrisolta: “Le disuguaglianze sociali generate dall’economia neoliberista in Tunisia sono esacerbate dal cambiamento climatico. Kerkennah è in prima linea e i suoi abitanti rischiano di diventare, a loro volta, dei rifugiati climatici”, scriveva il giornalista tunisino Hamza Hamouchene raccontando la marea nera. L’inquinamento ambientale non ha fatto altro che accelerare il processo di riscaldamento del clima. Così, anche a causa della pratica sempre più diffusa della pesca a strascico, a Kerkennah la principale fonte di sostentamento degli abitanti si sta esaurendo. Ecco perché oggi si parte anche da qui.

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