Educatrice, sorella, madre. Dal 19 luglio 2016 – ventiquattresimo compleanno di suo fratello, Adama Traoré, ma anche giorno della sua morte nella caserma di Persan – anche un simbolo. Il volto di Assa Traoré ricalca, secondo alcuni, quello della storica attivista per i diritti degli afroamericani Angela Davis. Il suo slogan, “giustizia per Adama, senza giustizia non avrete pace” è già una t-shirt. Così l’attivista trentacinquenne ha trasformato il suo dolore più intimo e privato per la morte del fratello minore in una battaglia pubblica, quella contro la violenza della polizia ed il razzismo, nelle piazze parigine come nelle aule dei tribunali. E mentre lo scontro tra i legali dei gendarmi e quelli della famiglia Traoré prosegue, più di 20mila persone sono scese in piazza chiedendo “giustizia per George e Adama”.

Come ha reagito al video dell’uccisione di George Floyd?
Sono rimasta paralizzata, di ghiaccio. La mia testa è ritornata indietro nel tempo ed immediatamente ho pensato a mio fratello Adama. Ho riprovato le stesse sensazioni di allora. Sono morti nello stesso modo, con le stesse parole: “Non respiro”. Adama è morto asfissiato dopo un violento placcaggio ventrale a terra durato 9 minuti. Eppure ne hanno dette di tutti i colori: c’è chi sostiene che era malato di cuore, chi che è morto per il caldo, chi per un’infezione ai polmoni. Ma ad ogni perizia che assolve i gendarmi, noi rispondiamo con una contro perizia di un medico specialista. L’ultima parla esplicitamente di asfissia: Adama è stato ucciso come George Floyd.

Per questo avete organizzato le manifestazioni Black Lives Matter in Francia?
Si. Il video di George Floyd ha suscitato moltissime reazioni di condanna e indignazione in Francia, anche da parte della politica. Ma in molti dimenticano che il razzismo uccide proprio qui, nelle nostre città, nella nostra democrazia. Guardiamoci allo specchio allora. La Francia non è solo la Tour Eiffel, Parigi, la moda. La Francia sono anche questi morti.

Vi aspettavate una partecipazione così ampia?
Il 3 giugno a Parigi ci aspettavamo almeno 10mila persone, ma mai avremmo pensato di vederne più del doppio. La “generazione Adama” non intende più rimanere in silenzio nelle banlieue. E le famiglie delle vittime di violenze sono più di quante crediamo. Oggi non abbiamo fiducia in chi ci dovrebbe proteggere, allora scegliamo la pressione popolare. Ci siamo riuniti sotto il tribunale, un simbolo, e continueremo a farlo.

Come ha saputo della morte di suo fratello Adama Traoré quattro anni fa?
Era estate, ero appena partita per il mare. Il giorno prima ho lasciato i miei figli a mia madre e ho telefonato ad Adama per salutarlo. Poi ho preso un aereo per andare in Croazia. Appena atterrata, verso le 19, ricevo una chiamata. Mi viene detto che è successo qualcosa ad Adama. Ricevo informazioni contraddittorie, poco dopo mi scrivono di non preoccuparmi, sta bene. In quel momento probabilmente Adama stava subendo il placcaggio ventrale che lo ucciderà. Mentre veniva trattenuto dalla polizia, mia madre ha chiesto spiegazioni più volte. Ha chiesto se Adama avesse bisogno di un avvocato. Aveva capito che c’era qualcosa di strano, ma non la lasciavano entrare. Mio fratello ha insistito, così abbiamo scoperto che Adama era morto in commissariato. Ho ricevuto la chiamata alle 23. La mattina dopo sono ripartita per la Francia e mi sono unita alle proteste. Tutto il quartiere è sceso in piazza a manifestare, ma allora in pochi media ci hanno dato retta.

Quel 19 luglio 2016 come cambiava la sua vita?
Prima eravamo una famiglia normale. Vivevamo tutti a Beaumont-sur-Oise, una piccola città a nord di Parigi. Mi occupavo dei miei fratelli e dei miei tre figli, lavoravo come educatrice e coltivavo la mia passione per la moda wax. Avevo sentito parlare della violenza della polizia, ma non l’avevo sperimentata sulla mia pelle. Mai avrei pensato di perdere la fiducia nella giustizia, quella Giustizia con la G maiuscola, mitizzata, intoccabile. Ma la giustizia non è Dio. Se non fossimo intervenuti, oggi il caso sarebbe già archiviato e nessun poliziotto condannato.

Il giorno dopo la morte di Adama ho smesso di lavorare per dedicarmi anima e corpo a questa battaglia. Così siamo diventati soldati. Da allora cerchiamo di ribaltare la narrazione che identifica noi come carnefici, la polizia come vittima. Ci battiamo per la nostra dignità, contro una criminalizzazione costante della comunità nera. Questo Paese continua a criticare le ingiustizie altrui mentre non affronta le sue.

Come è nato il comitato “Verità per Adama” e perché?
Si tratta di un’associazione locale che è stata un cammino collettivo. Mi ha portata da Beaumont-sur-Oise a tante altre città, tante periferie, tante zone marginali. Oggi ci spostiamo di quartiere in quartiere per tutti gli Adama Traoré vittime della violenza della polizia. Mio fratello forse non ritornerà in vita, ma non riusciranno ad uccidere il suo nome. Tutte le minoranze in Francia, come la comunità nera o quella araba, hanno diritto di far parte di questa società, di partecipare alla sua vita comune.

Come si è evoluta questa battaglia in questi quattro anni? Continuerà?
Unendosi ad altre battaglie. Non si combatte una discriminazione senza solidarizzare con tutte le altre. Abbiamo avuto scambi costruttivi con i Gilets Jaunes, con la comunità Lgbt, con gli attivisti per il clima e tanti altri. Uccidere è la conseguenza diretta di discriminazioni economiche e sociali preesistenti di cui anche noi siamo stati vittime. Continueremo a marciare per Adama, per George Floyd e per tutte le storie come la loro.

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