Mohamed Mounir, morto ieri al Cairo all’età di 65 anni, era uno dei decani dei giornalisti egiziani, conosciuto e apprezzato da molti colleghi. Il suo caso ha sconvolto parte dell’opinione pubblica egiziana perché direttamente collegato sia all’emergenza pandemica che alla sua poca simpatia nei confronti del regime. Mounir è deceduto a causa del coronavirus ed è praticamente certo che il giornalista sia rimasto contagiato all’interno della prigione di Tora, a sud del Cairo. La stessa in cui da oltre 5 mesi è rinchiuso Patrick George Zaki e dove stanno trascorrendo durissime detenzioni decine di prigionieri di coscienza e attivisti anti-regime.

Il 15 giugno scorso Mounir, che non ha mai nascosto le sue radici progressiste e di sinistra, è stato arrestato dopo aver partecipato a un talk-show su al-Jazeera in cui aveva assunto delle posizioni antireligiose che non sono piaciute alle autorità. Il giorno precedente al fermo di polizia aveva pubblicato su Facebook le immagini di una telecamera installata nella sua abitazione che aveva ripreso l’irruzione della Sicurezza di Stato che gli stava dando la caccia, un blitz con tutti i crismi.

Queste cose al regime di Abdel Fattah al-Sisi non piacciono, da qui la decisione di prelevarlo, all’alba di un mese fa, dalla sua abitazione e rinchiuderlo nella prigione di Tora. La sua detenzione, a differenza di quanto capitato a tanti altri colleghi giornalisti e professionisti in genere, non è durata molto, una ventina di giorni. Sufficiente, tuttavia, per essere fatale.

Ad inizio luglio il giornalista – con esperienze nelle principali testate nazionali, da Youm7 a Masr Alarabia – è stato rilasciato a causa delle sue condizioni di salute che in quella settimana sono andate drammaticamente peggiorando fino a quando il 10 luglio è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Agouza, al Cairo. Le sue condizioni erano precipitate a causa del Covid-19 che, stando a fonti mediche, non gli ha dato scampo.

Drammatico il video diffuso l’8 luglio scorso dal Sindacato dei giornalisti egiziani in cui Mounir implorava di essere aiutato ad entrare in un ospedale per curarsi dalla malattia. Quando il suo appello è stato accolto, ormai era troppo tardi. Nel video il giornalista appariva molto debole, con enormi difficoltà a respirare. Un’ambulanza lo ha prelevato per portarlo all’ospedale di Giza dove il tampone e le analisi diagnostiche a cui è stato sottoposto hanno confermato che si trattava di Sars-Cov-2. L’ultimo viaggio è stato quello all’ospedale di Agouza, dotato di aree Covid, dove i medici non sono riusciti a salvarlo.

Secondo Sarah Mounir “mio padre ha contratto la malattia in carcere, perché prima di essere arrestato stava bene e quando è uscito, a causa della malattia, non è più migliorato”. La notizia del suo decesso ha fatto il giro del web: “La morte di Mounir è una sconfitta per noi giornalisti di tutto il mondo, ma anche fonte di vergogna per un regime antidemocratico che non dà voce alla stampa libera”, ha commentato di Maaty Elsandouby, un collega egiziano di Mounir esiliato dal Paese dei faraoni nel 2017. Sulla stessa linea le dichiarazioni di Khaled ElBalshy, membro esecutivo dell’Ordine dei Giornalisti al Cairo: “Mohamed è stato uno dei più grandi giornalisti e scrittori d’Egitto, famoso per le sue battaglie a difesa della professione e della libertà d’opinione”.

Storia simile, ma senza un risvolto così drammatico come quella di Mounir, è quella di Ahmed Sadwat, membro del Sindacato dei Medici egiziani. Sempre attraverso i social network Sadwat aveva criticato le parole utilizzate dal presidente al-Sisi durante uno dei suoi discorsi. Il generale, in merito alla pandemia e alla sua diffusione sempre più fuori controllo in Egitto (quasi 100mila contagi e oltre 4mila vittime), aveva accusato i medici di essere negligenti e quindi la reale causa della crisi sanitaria. Per Sadwat è stato sufficiente dissentire, senza alzare i toni o trascendere, e pochi giorni dopo si è ritrovato in carcere. Ieri, così come per Patrick Zaki, la Procura del Cairo ha deciso di rinnovare la sua detenzione di altri 15 giorni. La classe medica è in prima linea contro il coronavirus, al punto che il bollettino aggiornato parla di oltre 130 professionisti uccisi dalla pandemia.

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