di Donatello D’Andrea

In questi giorni si stanno moltiplicando gli attacchi gratuiti e davvero irriverenti tra virologi, immunologi ed epidemiologi. Il tutto condito da medici da salotto che scambiano opinioni scientifiche, e quindi incomprensibili al grande pubblico, sui giornali, aumentando la percezione che all’emergenza sanitaria si sia susseguita una squallida resa dei conti tra scienziati.

Una roba poco gratificante e che sa molto di politica. Tra Alberto Zangrillo, Andrea Crisanti (il medico artefice dell’eccellente gestione veneta) e altri, alcuni giornali in cerca di ossigeno – vendite – stanno dando uno spazio, forse eccessivo, a questi fastidiosi botta e risposta che non fanno altro che aumentare il clima di sfiducia nei confronti della scienza, concepita erroneamente come “attività politica”.

La cosa grave è che ascoltare un virologo o presunto tale dire “quello che vorremmo sentirci dire” potrebbe favorire un epilogo simile a quello che è successo nel Veneto. “So che il virus si è indebolito”, dunque mi rifiuto di farmi ricoverare, tanto “non è più grave come prima” e due giorni dopo finisco in terapia intensiva. O meglio, so di essere positivo perché ho i sintomi ma non mi faccio il tampone. O peggio, non mi faccio il tampone e incontro gente. “Le precauzioni sanitarie? Non servono. Le mascherine fanno male, il distanziamento sociale è una boiata e così via. La scienza? Quelli litigano solo e stanno sempre in tv”.

Così come la politica, con le sue passerelle e pagliacciate, favorisce la disillusione nei suoi confronti e il conseguente allontanamento dalla sua attività, anche i botta e risposta tra virologi, che dicono tutto il contrario di tutto ed espongono le proprie teorie scientifiche (attenzione, “teorie”) al grande pubblico incapace di leggere tra le righe, favoriscono un pericoloso allontanamento da prescrizioni sanitarie fondamentali per evitare il peggio.

Un esempio? Dire che il virus “è clinicamente morto” e poi correggere il tiro con “si è indebolito” quale effetto può provocare nella popolazione? Inoltre, che senso ha esporre le proprie teorie al grande pubblico incapace di confutare ciò che dice un dottore? Opinioni scientifiche restano tali solo tra scienziati, esporle al grande pubblico è un errore; hanno un sapore diverso e un grado di autorevolezza del tutto diverso se enunciate davanti ad altri scienziati senza la scure dei riflettori. Buona parte del volgo non dispone, giustamente, degli strumenti in grado di confutare ciò che un medico ha esposto.

In un ambiente diverso, composto perlopiù da “pari”, le cose stanno diversamente. Innanzitutto le opinioni non finiscono sui giornali e vengono confutate, se necessario, da persone in grado di farlo e soprattutto in quel frangente tutte le voci godono di una comune autorevolezza.

Inoltre, e qui si va di logica, tra chi predica cautela e chi invece no è preferibile seguire il primo, poiché se in ottobre qualcosa dovesse tornare saremmo pronti, altrimenti non è successo nulla. Non adottare cautela, invece, significa esporci ad un rischio comunque reale e senza strumenti per fargli fronte.

Purtroppo anche la scienza si è fatta influenzare dai riflettori e dall’ormai “quarto d’ora di celebrità” che andava raccontando Andy Warhol. La televisione è riuscita ad infognare l’unico appiglio dei comuni mortali, alla perenne ricerca di una voce autorevole a cui aggrapparsi in assenza di certezze. Al di là del buonsenso comune che dovrebbe imperare tra di noi, affidarsi alla serietà di taluni personaggi è quantomai gratificante per un normale cittadino.

A questo punto, un consiglio a questi uomini appare d’obbligo: “Tornate ad occuparvi di ciò che vi compete, del virus e di altre malattie, ma allontanatevi dalla televisione, la quale come spesso accade distorce la realtà fino a renderla uno squallido gioco delle parti”.

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