Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Le parole dell’inno nazionale gli si sciolgono in bocca una dopo l’altra. Ormai non sente neanche più le note suonate dalla banda in mezzo al campo. Perché i fischi gli piovono addosso da ogni seggiolino dell’Olimpico. Gli graffiano la pelle, gli si conficcano nelle orecchie come schegge di vetro. Lui resta fermo al suo posto e stringe forte il gagliardetto nella mano sinistra. Sta solo aspettando il momento giusto, quella frazione di secondo buona per ottenere la sua vendetta. La telecamera inquadra Jorge Burruchaga, inquadra Gustavo Dezotti, inquadra Néstor Sensini, inquadra José Basualdo. Ma tutti stanno aspettando di vedere la sua faccia, di capire quanto male gli stanno facendo. Lui inspira e volta la testa verso sinistra. La telecamera scorre su Oscar Ruggeri, Néstor Lorenzo, José Serrizuela, Juan Simón, Sergio Goycochea. Solo allora Diego Armando Maradona si gira. La sua bocca si muove lentamente, le sue labbra si gonfiano prima di sputare fuori tre semplici parole. “Hijos de puta“, dice. “Hijos de puta”, ribadisce. Ha scelto la finale dei Mondiali italiani per dichiarare guerra al mondo intero. Anche se il mondo intero gli aveva dichiarato guerra esattamente un mese prima.

A San Siro, l’8 giugno 1990, i campioni in carica dell’Argentina affrontano il Camerun nella gara d’esordio del torneo. E l’Albiceleste viene sommersa di fischi. La situazione, però, si fa ancora più complessa a inizio luglio. A Napoli si gioca la semifinale contro gli Azzurri. E Maradona è sicuro che in tanti, al San Paolo, saranno pronti a tradire la patria e a fare il tifo per lui. “Trovo di cattivo gusto chiedere ai napoletani di essere italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno vengono trattati da terroni“. Ha ragione. Perché qualcuno, in tribuna, non riesce a non fare il tifo per lui. Così, quando Goycoechea neutralizza i calci di rigore di Donadoni e Serena, Maradona diventa il bersaglio di una Nazione intera. Giovedì 5 luglio l’Argentina è chiusa nel ritiro di Trigoria. Verso le 20 Lalo, il fratello di Diego, decide di fare un giro sulla Ferrari Testarossa del fuoriclasse. Sistema in auto le nipotine Dalma e Giannina, mette in moto, esce dal cancello. Ma la sua avventura dura solo qualche centinaio di metri. Una pattuglia dei carabinieri lo ferma sulla Laurentina e gli chiede patente e libretto. Lalo rovista nelle tasche ma della patente non c’è traccia. L’ha lasciata Napoli insieme agli altri documenti di riconoscimento. Così prega i militari di seguirlo al centro sportivo dove qualcuno avrebbe sicuramente confermato la sua identità.

I carabinieri sono perplessi ma decidono di scortarlo. Appena arrivati al cancello Lalo chiede di Claudia, la moglie di Diego. La cognata spiega che è tutto a posto, che si tratta solo di uno spiacevole contrattempo. I militari prendono carta e penna e buttano giù una multa per guida senza patente. Tutto a posto, arrivederci e grazie. Solo che in quel momento Diego Armando Maradona esce di corsa dagli spogliatoi. È fuori di sé. Se la prende con i vigilantes di Trigoria. Prima li insulta, poi li accusa di aver architettato un complotto contro di lui e contro l’Argentina. Ma Diego non è solo. Con lui c’è anche il cognato. Si chiama Gabriel Esposito, ma tutti lo conoscono come Morsa, il tricheco. Parte una rissa che le forze dell’ordine riescono a sedare solo dopo diversi minuti. Il tricheco scaglia qualche pugno e atterra un paio di persone. Per bloccarlo ci vogliono quattro agenti. Qualcuno, però, dice che anche Diego ha partecipato attivamente alla scazzottata. Così adesso rischia di essere accusato di resistenza a pubblico ufficiale. La mattina dopo Maradona apre la finestra ed esce sul balcone. Quello che vede lo fa andare fuori di testa. Scende le scale, arriva davanti al cancello e chiede ai custodi di fare entrare i giornalisti presenti. “Venite, venite”, li invita. Poi guida quel gruppetto di 10 cronisti fin sotto ai pennoni con le bandiere. C’è quella giallorossa della Roma, c’è quella tricolore dell’Italia. Al posto di quella dell’Argentina, invece, ci sono solo due brandelli di stoffa che svolazzano leggeri. “Guardate che roba – dice Maradona – ci siamo svegliati stamattina e non c’era più la bandiera. Fuori ci sono un sacco di poliziotti, chi poteva entrare? Nessuno. Deve essere per forza stato uno di quelli che sono all’interno. Cioè un impiegato della Roma“.

E ancora: “Questo non è già calcio. Dissi subito a Bilardo che avevamo sbagliato a venire in ritiro qui. Ormai deve intervenire l’ambasciatore”. Mentre la Scientifica rileva le impronte digitali sul pennone per risalire all’identità del colpevole, Maradona attacca il presidente della Roma Dino Viola. “Stiamo lottando fin dal primo giorno. Il controllo di Viola su sedie, bicchieri, erba è assurdo. Non credo sia una persona intelligente. Tutti abbiamo una casa, non siamo degli indiani o dei selvaggi“. Qualche giornalista approfitta del monologo di Maradona. “È vero che la mano de dios ha sferrato un pugno?”, domanda. La risposta dell’argentino è piuttosto confusa: “Non chiedetelo a me. Questi sono affari privati. Comunque rifarei tutto”. La finale si trasforma in un tiro al bersaglio. Gli italiani sostengono la Germania come se vestisse la maglia azzurra. Non esistono più divisioni di tifo. Il Paese è unito intorno a un unico nemico. Durante il riscaldamento l’Olimpico ondeggia sotto il coro “Chi non salta Maradona è”. Poi i fischi inghiottono l’inno argentino. “Sapevo che tutti mi stavano guardando – dirà il numero 10 nella sua biografia – per questo dissi molto chiaro, perché mi capissero in tutte le lingue: ‘Hijos de puta, hijos de puta’. Ma non lo urlai, lo dissi così, piano come se mi stessi rivolgendo a uno per uno sugli spalti, disposto a fare i cazzotti con tutti. Figli di puttana, questo erano”.

Ogni volta che Maradona tocca palla l’Olimpico si rianima. Altri fischi. Altro dolore. A fine partita il capitano argentino è rannicchiato in mezzo al campo. Una telecamera lo segue e inquadra le sue lacrime. E l’Olimpico esplode in un boato di gioia. Ma non basta. Non basta vedere la coppa nelle mani della Germania Ovest. Mentre l’Argentina sconfitta torna in ritiro qualche auto si affianca al pullman. Qualcuno mostra il dito medio ai giocatori. Altri tirano fuori uno striscione in cui Maradona viene paragonato all’Aids. Due giorni dopo l’Argentina atterra a Buenos Aires. I giocatori vengono ricevuti dal presidente Carlos Menem. Quasi 80mila persone si ritrovano a Plaza de Mayo. Urlano “Argentina, Argentina!”. Gridano “Maradona, Maradona!”. Poi una decina di ragazzi si mettono in marcia verso il palazzo presidenziale. Portano in spalla una bara. Sopra c’è un cuscino di fiori con una scritta: “Riposa in pace, Italia”. E quando i giocatori si affacciano, la bara viene incendiata. “Non perdonerò mai gli italiani che hanno fischiato l’inno nazionale argentino”, dice Maradona ai giornalisti. Ma la guerra ormai è finita. Una guerra che non ha vincitori ma solo vinti.

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