Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Al primo giorno di ritiro della Sampdoria al Ciocco, in provincia di Lucca, i tifosi contestarono il ct della Nazionale Azeglio Vicini. In quell’Italia appena arrivata terza al Mondiale aveva dato poco spazio ai blucerchiati di Boskov. Questa era l’accusa. Da calciatore Vicini era stato una bandiera del club ed aveva sempre visto di buon occhio i suoi giocatori sia da allenatore dell’Under 21 che successivamente in quella maggiore. Alla vigilia la stella di Italia 90 doveva essere Gianluca Vialli il titolare inamovibile in azzurro. Accanto a lui avrebbe dovuto trovare spazio proprio il suo gemello al Doria Roberto Mancini. I due avevano giocato assieme anche all’Europeo di due anni prima. Le dichiarazioni di Vicini andavano in questo senso. Con il suo talento Mancini sarebbe stato uno dei protagonisti del torneo. Ma andò diversamente.

Oltre a loro convocò tra gli attaccanti Andrea Carnevale, Aldo Serena, Salvatore Schillaci, che aveva fatto bene con la Juve nell’ultima stagione, e Roby Baggio, pronto a diventare il miglior giocatore della storia del calcio italiano. Proprio questi ultimi due si esaltarono, e fu una bella sorpresa, nelle notti magiche. Totò segnando un gol quasi ad ogni pallone giocato, Roby facendo giocate di una qualità eccelsa. Tutto ciò mentre Vialli non riusciva a trovare la forma, per colpa di un infortunio e di tanto stress accumulato, e Mancini veniva completamente dimenticato dall’allenatore. Mancini finì con il vedere le 7 gare dell’Italia dalla tribuna. Ad un certo punto, quando capì di non essere preso in considerazione dall’allenatore, si sentì più un turista che un atleta.

Il terzo convocato della Sampdoria fu Pietro Vierchowod. Lo zar era tra i 22 chiamati da Enzo Bearzot per la spedizione del 1982 (nello staff allora anche Vicini), ma in Spagna non esordì mai anche perché infortunato. Probabilmente sarebbe entrato lui invece del giovanissimo Bergomi al momento del bisogno. Vierchowod era un uomo del Vecio, che infatti lo convocò anche per i mondiali di quattro anni dopo. Per lui le presenze in Messico furono quattro, tutte da titolare. Vicini invece nel ruolo di stopper faceva giocare l’interista Riccardo Ferri, che aveva avuto con sé anche in Under 21.

Ad Italia 90 Vierchowod fece due spezzoni di partita, uno con la Cecoslovacchia e uno agli ottavi con l’Uruguay. Poi da titolare la finale vinta per il terzo posto con l’Inghilterra. Nella semifinale con l’Argentina a Napoli il ct scelse di far seguire Diego Armando Maradona soprattutto da Bergomi, dando Caniggia a Ferri. Più di qualcuno però ipotizzò che sarebbe servito un utilizzo dello zar per bloccare il capitano dell’Argentina. Invece guardò tutta la partita dalla panchina.

Il quarto sampdoriano ad andare al Mondiale fu Gianluca Pagliuca, terzo portiere dietro ai mostri sacri Zenga e Tacconi. Più giovane dei tre (avrebbe poi giocato da numero 1 le due successive edizioni) accettò il suo ruolo senza creare problemi. Dei quattro visse il torneo con più spensieratezza. Soprattutto per Vialli e Mancini fu difficile riprendersi, ma la sofferenza patita in quelle settimane servì per concentrarsi ancora di più sull’unico obiettivo possibile a breve distanza: vincere il primo storico scudetto con la Sampdoria.

“Se il tempo è galantuomo – disse Mancini in ritiro al Ciocco – in futuro dovrà ridarmi quello che mi hanno tolto in questi mesi. Al Mondiale del ’94 avrò 29 anni. Sarò nel pieno della maturità fisica e tecnica”. Non andrà così né per lui né per Vialli. Nel 1994 Sacchi farà a meno di entrambi. L’anno prossimo però il commissario tecnico Mancini e il team manager azzurro Vialli hanno, ancora una volta insieme, un Europeo da affrontare. Agli italiani non dispiacerebbe che la loro rivincita azzurra arrivasse anche dopo così tanto tempo.

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