In una manciata di ore l’attenzione spasmodica riversata sugli Stati Generali, interpretati e descritti pressoché unanimemente come la passerella di un Conte “all’angolo” o “alle corde” per lanciare il suo partito personale (al 14% secondo i sondaggi), si è dirottata con altrettanta veemenza sul presunto antagonista, Alessandro Di Battista, l’outsider dal dubbio tempismo messo prontamente in riga dal Garante.

Così, se alla vigilia dell’intervista a Mezzorainpiù i titoli spaziano da “Stati fallimentari. Conte ha allestito una sfilata di moda” di Libero all’editoriale della Stampa “l’Italia ferma e il partito del premier”, all’indomani nei resoconti mediatici i termini catastrofici e definitivi si sprecano e si moltiplicano iperbolicamente per fotografare lo stato reale o presunto del M5S ovvero di quello che ne resterebbe: rissa, Movimento a pezzi, alta tensione, terremoto, guerra aperta nonché “sisma e rischio scisma” e, perché no, anche “trono di spade in salsa M5S” per i titolisti più inclini al pittoresco.

Come è noto “la bomba” è deflagrata in pieni Stati Generali nel dialogo serrato con Lucia Annunziata: Di Battista ha ricapitolato elementari verità come il ruolo determinante della legge elettorale concepita per sfavorire e condizionare pesantemente il M5S, le cose buone portate a casa con il governo giallo-verde tra cui il reddito di cittadinanza; ha ribadito i paletti che aveva posto in nome della discontinuità e della legalità su Descalzi riconfermato all’Eni per mancanza di nomi forti alternativi, la necessità sempre attuale di una “vera legge sul conflitto di interessi” tanto più che come è sotto gli occhi di tutti in Italia le concentrazioni editoriali proliferano e si espandono mentre degli editori puri si è dimenticata anche la nozione; e sul fronte di una penetrante legislazione anti-corruzione ha ricordato che oggi sarebbe opportuno tener presente anche la pratica diffusa delle consulenze e conferenze di ex alte cariche dello Stato tuttora in Parlamento.

A Giuseppe Conte, invece, a cui – secondo le analisi e ricostruzioni – Di Battista affamato di potere dopo 3 anni di auto-esclusione vorrebbe sfilare con ogni mezzo la poltrona, ha riconosciuto di avere gestito bene l’emergenza coronavirus. E non c’è stato nessun intento polemico né nei confronti dell’alleato di governo, né tantomeno del premier di cui non può essergli sfuggito il rilevante consenso elettorale che, secondo i sondaggi, potrebbe convogliare sul M5S se lo guidasse nella prossima tornata elettorale: secondo Ipsos, il M5S potrebbe ritornare anche ad essere il primo partito attestandosi tra il 20% e il 30%.

L’elemento deflagrante è stato l’esplicito riferimento di Di Battista ad un congresso o un’assemblea costituente in cui contarsi per “vedere chi vince” tra le variegate anime del Movimento. Così Beppe Grillo è intervenuto immediatamente e a blindare Conte e il governo: per il fondatore e garante quello delineato da Di Battista sarebbe un ritorno al passato, già superato a suo tempo con “il direttorio” e in contrasto con la segreteria composta dei maggiorenti proposta da Di Maio, Taverna, Fico per superare il capo politico unico di cui Grillo non vuole più sentire parlare.

Il Movimento, è inutile negarlo, è in cerca da molto tempo di una ridefinizione identitaria e programmatica che tenga contemporaneamente conto dei valori fondanti irrinunciabili e della consapevolezza dell’inevitabile cambiamento a cui è stato costretto dall’onere del governo. Senza dimenticare, per onestà intellettuale, nemmeno il passaggio arduo e politicamente non indolore dal Conte 1 al Conte 2.

Dal tenore della risposta che Di Battista ha dato a Grillo dopo l’accusa di “marmottismo”, ovvero di immobilismo, si ricava la dichiarata volontà di volere “rafforzare il movimento”, di non aver mai lontanamente pensato ad una scissione e dunque di essere disponibile a fare parte della segreteria collegiale senza alternative praticabili prospettata dal Garante. E dunque con cauto ottimismo si può sperare che Di Battista possa contribuire a riportare al centro della visione politica del M5S i valori di legalità e ambientalismo per cui si è sempre impegnato.

Con il personale auspicio che nel prossimo futuro il “pasionario” Dibba ed il Movimento nel suo insieme, anche per essere coerenti con la centralità che attribuiscono a questi valori – a cui aggiungerei sommessamente i diritti civili e democratici – possano fortemente “ridimensionare” le smodate simpatie finora riservate a modelli non propriamente esaltanti come Russia e Cina. Ne guadagnerebbero in credibilità e autorevolezza. Ma su questo sarà il caso di ritornare.

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