I licenziamenti verranno rispediti al mittente e arriverà anche la proposta provocatoria: vista l’inaffidabilità, il governo imponga le sue condizioni o lasci andare via ArcelorMittal e metta in sicurezza il salvabile prima che il cuore della più grande acciaieria d’Europa, già agonizzante, smetta di battere trascinando con sé il settore siderurgico italiano. Quando alle 10 i ministri Stefano Patuanelli, Roberto Gualtieri e Nunzia Catalfo si ritroveranno davanti i leader di Fiom, Uilm e Fim per illustrare il piano industriale di ArcelorMittal non sarà tempo di convenevoli. Squadernate le 500 pagine che, come anticipato da Ilfattoquotidiano.it, prevedono altri 3.300 esuberi e il mancato reintegro di 1.800 operai già spediti in cassa integrazione nel 2018, la risposta dei rappresentanti dei lavoratori sarà diretta e senza giri di parole, salvo che dal governo non arrivino coup de théâtre quantomeno improbabili perché un piano B senza Mittal non c’è e gli altri player mondiali dell’acciaio sono già in difficoltà nelle loro avventure italiane da Jindal a Piombino a Thyssenkrupp negli impianti di Terni: “Non accetteremo licenziamenti, Mittal sta bluffando e lascerà gli impianti dell’ex Ilva a fine anno”, sarà il succo del messaggio.

Uno scenario apocalittico, apparentemente, eppure sempre più concreto: “Esistono invece i presupposti, ad oggi, per chiedere il risarcimento danni, ben più del mezzo miliardo di clausola per l’uscita prevista dall’accordo di marzo tra governo e azienda”, dice Rocco Palombella. Un modo per fermare quello che per il segretario della Uilm è un “disegno chiaro”: “Non c’è bisogno di esperti per comprendere come ArcelorMittal stia acquisendo il mercato italiano e, mollata l’Ilva, sarà pronta a vendere qui quanto produrrà altrove. Si sono traditi da soli: se il mercato europeo si contrae del 6%, come dicono loro, perché riducono la produzione del 90 per cento?“.

Con sfumature e toni diversi, ma i leader sindacali sono allineati: il tempo stringe e la multinazionale dell’acciaio è ormai un interlocutore ritenuto “inaffidabile”, come hanno già messo nero i delegati di Taranto nel verbale del consiglio di fabbrica che ha preceduto lo sciopero scattato in tutti gli stabilimenti italiani questa mattina e che andrà avanti per 24 ore. “Nel settembre 2018 siamo passati da 14.220 dipendenti a 10.700 e a una parte degli esuberi venne data la garanzia di riassunzione. Con una firma vennero persi 1.820 posti di lavoro. Adesso vogliono licenziarne altri 3.300. Si tratterebbe di un dimezzamento della forza di lavoro in due anni”, fa il quadro Palombella. “Non possiamo continuare a provocare licenziamenti, lo diremo chiaramente al governo”, mette in chiaro il leader dei metalmeccanici Uil tracciando la prima linea del confine oltre il quale per il sindacato non esiste alcuna trattativa.

“L’azienda non ha cambiato sostanzialmente piano da settembre dell’anno scorso. Già allora l’ad Lucia Morselli, appena insediata, chiedeva circa 5mila esuberi. Gli stessi numeri che si prospettano ora”, fa di conto Francesca Re David. La leader della Fiom-Cgil non ha dubbi: “La pandemia del Covid-19 non c’entra nulla, è uno strumento di pressione in più che viene utilizzato”. E avvisa: “Riteniamo che sia impossibile che il governo accetti un piano di licenziamenti che non erano previsti nell’accordo sindacale del 6 settembre 2018, proprio ora che lo Stato entra nella proprietà”.

E – secondo ArcelorMittal – dovrebbe anche sborsare altri soldi, oltre all’ingresso nel capitale, anche per garanzie e prestiti. A conti fatti, si tratterebbe di 2 miliardi da mettere sul piatto a fronte di una nuova cura dimagrante: “Il governo deve scoprire tutte le carte – dice Gianni Venturi, responsabile siderurgia della Fiom – Sarebbe curioso se lo Stato che si dicesse pronto a entrare nel capitale con soldi pubblici e si limitasse a considerare inaccettabile il piano industriale. Se ci mette del denaro, deve imporsi e dettare le condizioni per il rilancio dell’acciaieria”.

Il piano industriale di Mittal è ritenuto “ballerino” da tutti: “È un bluff”, sintetizza Palombella. “Stanno scaricando sulla pandemia una strategia già decisa. Qualcuno crede al rifacimento dell’altoforno 5 spostato in là nel tempo di 6 anni? E c’è chi è disposto a dire che davvero l’altoforno 2 possa essere riavviato nel 2021?”, si interroga il sindacalista. “Un altoforno fermo dura due mesi, non può restare in stand-by per un anno. Chiedete a un qualsiasi esperto di siderurgia: se trovate una persona che lo ritiene credibile, mi dimetto domattina”, dice in maniera provocatoria. Venturi, da parte sua, spiega che la Fiom chiederà con forza di evitare “un balletto cinico che coinvolge i lavoratori” e che “si arrivi a novembre avendo consumato tutte le prospettive di possibile rilancio industriale e riconversione ambientale di Taranto”, mentre “si saranno drammaticamente aggravate le condizioni di sicurezza e salvaguardia degli impianti“.

“La realtà è che quel piano si smonta pezzo per pezzo e il governo dovrà trovare una soluzione. Ai ministri chiederò in maniera molto tranquilla di dirci se loro si fidano delle promesse di chi a novembre aveva reso pubblico un cronoprogramma di spegnimento degli impianti e se gli accordi sottoscritti si rispettano o meno”, anticipa a Ilfattoquotidiano.it. Anche perché ArcelorMittal ha la via di fuga pronta a dicembre, quando secondo Palombella potrebbe essere troppo tardi per salvare Taranto: “Quell’acciaieria non arriva a fine anno, rischiamo che il siderurgico venga distrutto”, avvisa.

“Gli attuali livelli produttivi, il minimo storico, non possono durare a lungo senza compromissione degli impianti”, concorda Venturi. L’azienda “sta facendo di tutto per tirare a campare fino a novembre”, è lo scenario ipotizzato dal leader della Uilm. “Diciamo – conclude – che oggi l’Ilva è in cottura, tra sei mesi sarà cotta, loro pagheranno 500 milioni, una cifra che recupereranno dal mercato in poco tempo, e nel frattempo avranno tolto di mezzo l’Ilva e distrutto la siderurgia italiana. Vanno fermati prima”.

Twitter: @andtundo

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