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di Nicola Ancora

Esperti di tutto il mondo si interrogano di come è cambiata e come cambierà la nostra vita nei prossimi mesi, anni. Questa pandemia, del primo XXI secolo, lascerà un segno più indelebile di come lo hanno lasciato, in passato, altre emergenze. Per capirne il significato, bisogna tornare un po’ indietro negli anni;

Prima guerra mondiale, 1914-1918.
È stato il primo conflitto su scala mondiale che l’umanità abbia mai conosciuto (forse prima fu solo la guerra dei sette anni?); per la prima volta l’uomo ha conosciuto la potenza e la distruzione di quelle creature frutto di studi tecnici scientifici, che, poi, si sono rivelate distruttrici e logoranti verso i milioni di soldati partiti per il fronte.

C’era speranza nel progresso, c’era speranza nella guerra europea (come è stata anche chiamata); un conflitto che avrebbe reso tutti più uniti, i borghesi ai contadini, gli operai ai contadini; nella sventura, aggiungo, sì. Fu proprio quella modernità tanto acclamata, prodotta, sperimentata che distrusse gli ideali riportando gli uomini ad uno stato primitivo, dando, così, luogo a miti e leggende; mai tanto fiorenti dopo il XVII secolo.

Duemilaventi: una pandemia ha chiuso tutto il mondo. Secondo decennio del nuovo millennio, epoca di skyscraper, di musica futuristica, di ampie vedute, di fiducia nel presente, di sicurezza. La modernità rende tutto più sicuro e confortevole, si sa; ci rende supereroi, fa di noi eroi di un videogame.

In molte città, in piccoli comuni montani sono stati aperti sportelli telefonici dove uno specialista in psicologia è pronto a confortare e dare parole di coraggio a chi ha capito di non essere un supereroe; sono i primi a crollare. La modernità è stata svelata dall’invisibilità.

Un secolo fa si aveva una sorta di utopia e di fiducia in qualcosa che già c’era e che presto si sarebbe perfezionato; a distanza di anni l’utopia è stata sostituita con il qui ed ora. Zygmunt Bauman parlava tempo fa di “retrotopia”; come l’umanità non fosse più proiettata verso il futuro, ma nel passato; come se si parafrasasse la massima di Paul Valery: “il futuro non è più quello di una volta”.

Il sociologo polacco, che sulla modernità ha scritto diversi saggi, unisce retro più utopia. Evidente al Nostro come la fiducia nel futuro, per le nuove generazioni, sia svanita; si guardava più al passato che al futuro. Il secondo decennio del XXI secolo, come ci ha dimostrato questa emergenza mondiale sanitaria, si trova in una sorta di egoismo del presente. Un mondo multinazionale che rende tutto accessibile a tutti, come giusto che sia, e che sottovaluta il rapporto forza lavoro di un prodotto, ma che in fondo ci piace.

Le persone nelle case sono tornate a cucinare da sé, a sfornare pane, pizze, dolci, biscotti; proprio come era prassi negli anni precedenti al 14-18. Si sarà forse chiuso un ciclo; iniziato con l’utopia verso la perfezione tecnica e finito con il ritorno alle origini? Se si è tornati a parlare di modernità è perché ce n’è bisogno più che mai, ora. Nessuno mai si aspettava di finire come, durante l’Impero romano, a ricorrere a strumenti di rigore per sei mesi, il cd. Stato di emergenza; i Romani, in tali casi, nominavano un dittatore che, guarda caso, assumeva tutti i poteri per un periodo determinato.

Sarà così anche per l’Ungheria o per altri Paesi europei? Difficile a dirlo, ma ciò che ci distingue dagli antichi è l’insaziabilità verso la democrazia. L’invisibilità ha reso visibili i caratteri umani, nascosti dietro le maschere moderne; non quelle sanitarie, per intenderci. Questa emergenza sanitaria ci renderà meno immuni al trucco moderno; diventeremo tutti più consci della nostra natura.

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