José Mourinho sta fuggendo dal Bernabeu nell’auto del presidente del Real Madrid, il club con il quale ha già deciso di legarsi. Vede il suo giocatore dirigersi verso l’autobus della squadra. Scende dall’ammiraglia e va ad abbracciare Marco Materazzi. Il difensore ha quasi 37 anni, in questa stagione non è mai stato titolare, giocando una decine di partite tra campionato e coppe. Si abbracciano e piangono.

“Oggi finisce la mia carriera perché dopo di te non posso avere un altro allenatore”, dice Materazzi al mister. Mourinho ha un legame particolare con Marco. Nell’estate del 2008 ha scritto un messaggino al difensore che in quel momento non era così sicuro di continuare con l’Inter. “Ti aspetto per iniziare a vincere insieme”. Anche un paio di settimane prima della finale di Champions l’allenatore portoghese aveva preso in mano il telefono per digitare dalla Germania, dove era andato a vedere il Bayern Monaco travolgere il Werder Brema nella coppa nazionale, il messaggio: “Marco, vinceremo 2-0”.

Questa è la notte del Triplete interista. Dopo la Coppa Italia (5 maggio sulla Roma) e il campionato (16 maggio sempre sui giallorossi), a Madrid l’Inter ha vinto la Champions League battendo il Bayern Monaco 2-0. Doppietta di uno splendido Diego Milito, che durante l’anno ha segnato, corso e si è sacrificato in maniera esemplare. Mourinho l’ha tolto pochi istanti dopo il novantesimo per regalare a lui una standing ovation e a Materazzi una presenza in una delle partite più importanti della storia nerazzurra.

Quando l’arbitro Webb fischia la fine, l’Inter è per la terza volta campione d’Europa. Quarantacinque anni dopo la seconda. Mou va a salutare il suo collega Van Gaal, a cui un tempo ha fatto da assistente ma ora sono divisi da rivalità. Materazzi e Cordoba cercano il loro capitano Javier Zanetti per un abbraccio. Erano in campo anche il 5 maggio 2002, quando persero una scudetto che sembrava già vinto. Nel dizionario nerazzurro sanno dove trovare la parola sconfitta.

A loro si aggiunge Cambiasso, altro calciatore determinante in questa stagione senza precedenti per una squadra italiana. In questi momenti di concitazione Mou si trova davanti al presidente Massimo Moratti. Quando nel 1965 gli uomini di Herrera battevano in finale il Benfica, un giovane Massimo era seduto accanto al padre Angelo, il presidente di allora.

Per Moratti figlio vincere la Champions è diventata una specie di ossessione. Aveva scelto Mourinho proprio per raggiungere questo traguardo. Alla vigilia della finale di Madrid, Mou aveva dichiarato: “Voglio vedere il presidente piangere di gioia, in ricordo di suo padre”. Ora davanti alla panchina Moratti lo abbraccia e gli accarezza la testa. È Mourinho a piangere. Sa già che ad aspettarlo c’è l’auto nera del presidente del Madrid. È un tradimento? A livello professionale è il momento giusto per andarsene. Ha portato la squadra oltre le proprie possibilità. Ormai i calciatori sono stanchi e non più giovanissimi. Da quel 22 maggio 2010 sono passati dieci anni e l’Inter senza Mou non si è più avvicinata a certe vette.

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