“Siamo in tre a saperlo, tu si u quarto che a Trapani dietro Turano e Lumia ce l’ha messo Miccichè con un teatrino palermitano”. Il piano per la nomina di Fabio Damiani doveva restare riservato e nessuno doveva sapere che dietro ci fosse – stando a quanto raccontano le intercettazioni dell’inchiesta sulla sanità siciliana che ha portato all’arresto di 10 persone – il leader siciliano di Forza Italia e presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. “Il pupo è Turano, il puparo è Miccichè”, aggiungeva il faccendiere Manganaro al dirigente palermitano, che da lì a breve venne nominato a capo dell’Asp di Trapani. A sua volta anche lui però si era trasformato in una pedina di Antonino Candela, manager rampante che “si atteggia a strenuo paladino della legalità” anche grazie alla “posizione di supremazia connessa al ruolo apicale ricoperto”.

Miccichè, dal canto suo, sostiene di non sapere neppure chi sia Damiani: “Leggo che dalle carte emergerebbe che questo Damiani voleva essere sponsorizzato da me grazie a mio fratello” Guglielmo, con il quale si sarebbe incontrato in un noto bar di Palermo. “Ma io non so neanche chi sia”, replica il presidente dell’Ars sottolineando che “non so neppure se questo signore abbia mai chiesto una sponsorizzazione, ma quello che è certo è che non l’ha mai ottenuta”. Quindi in un video postato su Instagram ribadisce di non sapere chi sia Damiani e si difende spiegando di aver sconsigliato incarichi a Candela.

Candela e Damiani erano il simbolo della lotta alla corruzione, traghettando la sanità siciliana dall’era di Rosario Crocetta a quella targata centrodestra di Nello Musumeci. Alcuni anni fa trasformarono un’indagine sull’affidamento di una gara d’appalto in una piccola tangentopoli siciliana, scalzando i vecchi dirigenti dell’Asp di Palermo. “Ricordati che la Sanità è un condominio, quindi io sempre capo condominio rimango!”, diceva Candela che un po’ come Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, non voleva soltanto gestire il sistema, ma voleva avere il potere di farlo saltare. Anche attraverso dossier ricattatori, confezionati per Candela con tanto di “foto satellitari” delle “porcate” per mettere alle strette l’attuale governatore.

Le intercettazioni dei finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria hanno ricostruito non solo gare truccate, fatture gonfiate e tangenti pagate a manager e faccendieri, ma soprattutto le scorribande politiche dei due. Soprattutto in occasione della girandola di nomine del novembre 2018, quando Damiani venne scelto per l’azienda ospedaliera di Trapani e Candela fu rimosso dall’Asp palermitana. “Lui per scusarsi prende il bambino, levati dai coglioni e ti fa Assessore”, diceva in quei giorni il faccendiere Giuseppe Taibbi a Candela, riferendosi all’assessore Ruggero Razza. “I due vice del premier (Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ndr) che tanto vogliono la Sicilia e tanto casino vogliono fare in Sicilia e tanto non vogliono questo, questo Presidente, io sono in grado di recapitargli, sia a uno che all’altro nelle proprie scrivanie – continuava il faccendiere – non per e-mail, ma nelle proprie scrivanie, un dossier dove c’è, vedi che questo ha preso, (Maurizio) Lanza che c’ha questo, questo e questo, (Roberto) Colletti è stato arrestato, quello ha problemi, quell’altro ha problemi, questa deve essere la sanità della Sicilia? Punto interrogativo. Da là un minimo di bordello ne scaturisce”. Ritenevano di dover essere risarciti, insomma, e in effetti un mesetto fa Candela è stato nominato coordinatore per l’emergenza coronavirus in Sicilia.

Dietro al presunto “teatrino palermitano”, come lo chiamava Damiani, c’erano però gli affidamenti di appalti milionari. Due scenari spesso sovrapposti, come i lavori da assegnare alla Manutencoop (adesso Rekeep spa) che in Sicilia era rappresentata dal deputato regionale Carmelo Pullara, vicepresidente della commissione Sanità e membro dell’Antimafia presieduta da Claudio Fava. Attraverso la sorella – dipendente della Cuc (centrale unica contratti) – riusciva a monitorare l’andamento della gara. “Vuole Manutencoop”, diceva Damiani a Manganaro, suo faccendiere di fiducia che gli consigliava di “vendersi il culo” in cambio della nomina. “Tu non devi risultare, deve aiutare l’ingegnere a scafazzarla pesantemente lui. questi sono gli accordi”, precisava il suo braccio destro. Nel risiko dei favori, Damiani “ossessionato dalle prossime nomine” si era rivolto all’imprenditore Ivan Turola per avere l’appoggio di Gianfranco Miccichè. Fin quando non si incontrarono – stando alla ricostruzione degli investigatori – con il fratello di Miccichè, Guglielmo, nel celebre bar Spinnato di Palermo. “Basterebbe avere l’incontro con lui e..poi non sarebbe necessario incontrare nessun altro”, diceva Damiani dialogando con l’imprenditore milanese. Quella gara – suddivisa in dieci lotti – accontentò un po’ tutti, compreso Salvatore Navarra, l’impresario nisseno coinvolto nella vicenda della Confindustria di Montante, che a Damiani aveva fatto arrivare una cravatta.

I soldi delle tangenti ruotavano all’interno di “una galassia di società, appositamente create, che, congegnate come matrioske, non erano a lui riconducibili in quanto affidate nella gestione al fidato trustee Vincenzo Li Calzi”, scrive il giudice per le indagini preliminari. In pratica le società che avevano ottenuto gli appalti con gare fittizie (che Damiani chiamava ‘i cavalli’), restituivano il denaro consegnandolo a trust come “The Mh Holding Trust, costituito a Palermo nel 2016 che aveva come “titolare effettivo e beneficiario” il faccendiere Manganaro. “Sto facendo pure le fatture della MH Motosport ASD verso le società: tre per Datamede quattro per Easy Spine, va bene?” gli chiedeva Li Calzi. I soldi poi venivano girati ad altri trust o a società intestate a prestanome con causale “erogazione quote beneficio”. Temevano di essere beccati: “Sei sano e salvo”, ribadiva Manganaro a Damiani. “Si vivo, non t’hanno pizzicato eh tu so’ cose che dai per scontato – aggiungeva – io dall’esterno no eh, questo te lo ripeterò fino alla nausea”. Da stamattina sono entrambi in carcere.

Riceviamo e pubblichiamo

In merito all’inchiesta c.d. “Sorella Sanità” avviata dalla Procura di Palermo, Rekeep S.p.A. (la “Società”), già Manutencoop Facility Management S.p.A., precisa di essere del tutto estranea alle vicende riportate da alcuni organi di stampa e che né la Società, né alcun suo dipendente risultano coinvolti nell’ambito dell’inchiesta. Sulla base di quanto appreso dagli stessi organi di stampa, Rekeep sarebbe stata citata nel contesto di dichiarazioni di terzi, esterni alla Società, in relazione alla gara indetta dalla Centrale Unica di Committenza per la Regione Sicilia relativa all’affidamento dei servizi di pulizia presso le strutture sanitarie di tutta la Regione. La Società ricusa in toto tali dichiarazioni, rispetto alle quali risulta completamente estranea. In relazione all’appalto relativo al servizio integrato di gestione energetica bandito dalla ASP di Palermo, Rekeep precisa, inoltre, di detenere una partecipazione di minoranza nella società consortile Sei Energia, costituita per dare esecuzione al contratto, e che pertanto nessun proprio rappresentante ricopre ruoli operativi in tale società, né proprio personale diretto è impegnato nell’appalto, essendo l’attività di gestione ed esecuzione dei servizi integralmente in capo alla società Sei Energia. Rekeep ritiene lesivo della propria immagine quanto riportato dai media e pretestuoso qualsiasi accostamento del proprio nome all’inchiesta citata, diffidando, pertanto, chiunque dall’operare tale associazione”

Aggiornamento del 23 maggio 2020

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