La fase 2 in cui ci troviamo, e che dovrebbe farci uscire gradualmente dall’emergenza causata da Covid-19, è particolarmente delicata e complessa e richiede non solo una attenta riflessione, ma anche partecipazione, confronto e condivisione da parte di tutti. Da più parti si levano voci sulla necessità di un cambiamento e sul fatto che “nulla torni come prima”, ma si profila il concreto rischio che il cambiamento ci sia, ma non nella direzione auspicata e che, sulla spinta della crisi economica e sociale, si facciano passi indietro sul fronte della tutela ambientale.

In momenti di crisi è infatti forte la tentazione di cercare scorciatoie che rischiano però di peggiorare ulteriormente le cose. Pessimo segnale in questo senso è, ad esempio, la recente deroga al clorpirifos, insetticida organofosforico messo al bando in Europa, perché estremamente dannoso per il neurosviluppo, ma subito riautorizzato dalla ministra Teresa Bellanova.

Se partiamo dal presupposto che anche questa pandemia, come pure le precedenti, sia il segnale della rottura del complesso e difficile equilibrio fra uomo e natura, aggravare questa frattura continuando a spargere veleni non potrà che porre le basi per ulteriori disastri, ancor più devastanti data anche la crisi climatica in atto.

Lo stretto legame fra salute e ambiente è fortunatamente sempre più percepito e a questo proposito assume grande rilievo il documento congiunto fra la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici (FNOMCeO) e l’Associazione Medici per l’Ambiente Isde Italia: Covid-19: le lezioni da imparare, gli sbagli da non fare.

Nel documento, già sottoscritto dal Gruppo Unitario per le Foreste Italiane (Gufi), Navdanya International, Federbio e altri, si elencano in modo stringato ma efficace gli errori da non ripetere e le lezioni che il Covid, nostro malgrado, ci impartisce.

Si afferma innanzitutto che il porre la salute al di sopra degli interessi economici – come ripetutamente dichiarato in questi mesi – valga non solo per la pandemia, ma anche per il complesso delle malattie cronico-degenerative, responsabili del 91% della mortalità in Italia e il cui legame con l’inquinamento è fuori dubbio.

Si ribadisce che il depotenziamento dell’assistenza sanitaria, i drastici tagli, l’introduzione di logiche privatistiche e prestazioni a pagamento ha messo a nudo le carenze di un sistema sanitario che va quindi riformato radicalmente e ripensato a partire dai servizi territoriali, fondamentali per soddisfare i reali bisogni di salute.

Altro punto cruciale è la “fragilità” della popolazione, specie anziana, che ha pagato il prezzo più elevato al coronavirus. A tal proposito un recentissimo articolo illustra come la “fragilità” sia dovuta a patologie cronico-degenerative che iniziano sempre più precocemente, a volte addirittura già in età pediatrica, e dimostra come inquinamento atmosferico, interferenti endocrini, mancanza di verde, pesticidi, cambiamenti climatici e innumerevoli altre aggressioni ambientali compromettano i principali meccanismi molecolari che regolano la vulnerabilità individuale e siano alla base della “fragilità” della popolazione.

Il concetto di “One health”, “una sola salute” ovvero che la salute umana è un tutt’uno con quella degli altri ecosistemi e dell’intero pianeta, è il concetto fondamentale da cui ripartire e fortunatamente sempre più condiviso.

Nel documento vi sono non solo attestazioni di massima, ma anche concrete indicazioni quale quella di approvare rapidamente la legge sull’agricoltura biologica da due anni ferma in Senato, la richiesta del blocco totale del consumo di suolo, della messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti (strade, ponti etc.), nonché la bonifica delle aree inquinate e la rigenerazione urbana.

Si afferma che l’energia deve provenire da fonti “realmente” rinnovabili, dove “realmente” sottende che siano sostitutive di quelle fossili, fondate su criteri di sostenibilità e a basso o nullo impatto ecologico, ambientale e paesaggistico e che ovviamente si cessi di incentivare l’energia prodotta da processi di combustione, biomasse incluse.

Vi è anche la specifica richiesta di tutelare il patrimonio forestale e boschivo, “il polmone verde” del paese: e la nostra proposta è lasciarne il 50% all’evoluzione naturale spontanea e di applicare al restante 50% tecniche di selvicoltura in grado di collimare economia ed ecologia. Parimenti si chiede che il modello agricolo si fondi su un paradigma completamente diverso dall’attuale, quello dell’agroecologia, che intende coniugare la sostenibilità dei sistemi agroalimentari con la salute dell’umanità e dell’ambiente.

Con altrettanta fermezza si chiede anche “una moratoria sull’implementazione di tecnologie digitali non ancora adeguatamente testate”, considerazione più che mai attuale a fronte dell’implementazione del 5G su cui la comunità scientifica e non solo solleva dubbi più che legittimi.

Il documento conclude che: “Non si può pensare di uscire dalla crisi sanitaria, economica e sociale indotta dalla pandemia rimanendo ancorati o addirittura prigionieri dello stesso modello di sviluppo e di consumo che ha contribuito a crearla”. Questo il forte messaggio che si leva dalla classe medica italiana e che la classe politica non può più continuare ad ignorare!

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