E’ una delle colonne portanti per il tracciamento e quindi per una fase 2 che eviti un nuovo lockdown. Ma l’app Immuni che sarà pronta probabilmente tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, oltre a essere accompagnata da test sierologici e tamponi di massa, dovrà essere facile da usare per evitare discriminazioni in un Paese, come l’Italia, in cui solo il 44 per cento della popolazione tra i 16 ed i 74 anni possiede competenze digitali di base: “Il digital divide non deve diventare un divide biologico”, si legge nel documento elaborato dalla Commissione di Bioetica dell’Accademia dei Lincei. Fra gli altri temi cruciali della Fase 2 c’è l’esigenza che i dati epidemiologici siano pubblici, come ha rilevato il fisico Giorgio Parisi, docente della Sapienza di Roma e presidente dei Lincei.

Per l’Accademia, secolare istituzione scientifica, tra le più antiche d’Europa, “occorre evitare che questo tipo di soluzione diventi iniqua“, osservano i Lincei. L’app è più efficace se ha una alta diffusione, ma è più utilizzata dove maggiore è l’alfabetizzazione digitale e il possesso di smartphone con Bluetooth. “Vi è perciò il rischio – si rileva nel documento – di tutelare maggiormente una particolare fascia di popolazione”.

Il documento, osserva Parisi, “da un lato sgombra i dubbi relativi alla costituzionalità dell’app, ma restano alcuni punti problematici”. Per esempio, l’app è interessante perché indica chi deve essere tracciato e questo, osserva “è fondamentale in alcuni ambiti, come quelli lavorativi: l’app dice quante persone che sono state a contatto con chi ha l’infezione dovranno fare test e, se da qui a settembre, non abbiamo la possibilità di fare test in numero elevato l’app servirà a poco“. Nel frattempo, ha proseguito il presidente dei Lincei, “è importante incentivare le persone a usare l’app, facendo una campagna di informazione per spiegare che non ci sono problemi di privacy. E’ anche importante che sia facile da usare e che possa andare anche su cellulari non complessi, come quelli che usano le persone anziane“.

Altro fattore importante per la riapertura è che “i dati epidemiologici dovranno essere pubblici: non è possibile – ha detto Parisi – che i dati essenziali non lo siano e al momento attuale i dati più interessanti non sono pubblici o sono di difficile accesso“. Nella Fase 2, ha aggiunto, “è importante avere un forte controllo e stare attenti a non abbassare la guardia”. Fra i dati che sarebbe importante conoscere per comprendere l’andamento dell’epidemia ci sono le nuove richieste di tamponi fatte in ciascuna Asl e i dati relativi alle chiamate ai pronto soccorso“. Secondo il fisico “anche i dati sul numero di morti sono inutilizzabili in quanto si ha la data comunicata alla Protezione civile, ma nessuno sa a quando realmente risalgano i decessi”. Quanto ai nuovi casi, non basta indicarne il numero: secondo Parisi “una cosa è sapere che c’è stato un caso, diverso è sapere dove è avvenuto il contagio e controllare i contatti“.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Task force e comitato tecnico-scientifico Protezione civile integrati con 11 donne. Da Sabbadini (Istat) a presidente Wwf Italia Bianchi: chi sono

next
Articolo Successivo

Rosa Oliva, sessant’anni fa la sentenza che aprì i concorsi pubblici anche alle donne: “Non volevo essere prefetto, ma sollevare un caso”

next