“A partire dalla stagione 1980-81 è abolito, per le società della Lega nazionale professionisti, il divieto a tesserare giocatori provenienti da federazioni straniere”. Il 9 maggio 1980 la Federcalcio rese ufficiale quello che era già ufficioso da marzo, quando i presidenti dei club avevano trovato l’accordo sul numero di calciatori stranieri da poter acquistare. Uno per squadra. Le società spingevano da tempo per questa apertura, Juventus e Inter su tutti.

Dall’estate del 1964 (Alberto Gallardo al Cagliari e Nestor Combin alla Juve) non si poteva fare acquisti all’estero. Aggirando un po’ i regolamenti qualcosa sarebbe arrivato, oriundi come Dante Mircoli e Carlo Sartori e stranieri di coppa come Roger Magnusson. Nel frattempo le italiane avevano alzato solo due coppe dei campioni. L’Inter fece in tempo nel 1965 a portarsi a casa il titolo (con in rosa Jair, Suarez e Peirò) e quattro anni dopo ci riuscì il Milan, dove erano rimasti Sormani, Schnellinger e Hamrin. Poi basta. Fu così che esattamente quarant’anni fa vennero riaperte in Serie A le frontiere per i calciatori stranieri. Il calciomercato iniziò il primo luglio successivo. Le sedi per le trattative erano quelle della Lega in viale Filippetti e del Totocalcio a Porta Vigentina, sempre a Milano. Ma chi faceva calciomercato si muoveva comunque nei vari alberghi.

In quell’estate ne arrivarono 11. Campioni veri come Falcao alla Roma, Krol al Napoli e Brady alla Juventus, l’irlandese fu anche il primo a vincere perché lo scudetto quell’anno (e quello successivo) andò proprio ai bianconeri. Prohaska all’Inter e Bertoni alla Fiorentina erano grandissimi giocatori e sarebbero rimasti molti anni in Italia. Michel Van der Korput, il primo a mettere piede sul suolo italiano, era un difensore olandese e venne preso dal Torino. Il tedesco Herbert Neumann vestì invece la maglia dell’Udinese. Altri erano meno conosciuti, di questi alcuni seppero imporsi, altri faticarono a vedere il campo. L’argentino Elio Fortunato al Perugia con i brasiliani Eneas al Bologna e Luis Danuello alla Pistoiese furono delusioni talmente grandi che attorno agli ultimi due nacquero alcune leggende che faranno la fortuna degli sceneggiatori di film come L’allenatore nel pallone.

La vera sorpresa fu il brasiliano Juary. L’Avellino lo prelevò dall’Estudiantes di Guadalajara, l’attaccante era cresciuto al Santos e si era conquistato anche la maglia della Nazionale. “Nicola Gravina era il mio manager da quando avevo 15 anni – racconta Juary al ilfattoquotidiano.it – Mi aveva portato lui a giocare in Messico. Ora mi fa salire su un aereo a Guadalajara e mi dice: ti abbiamo venduto. Dove? All’Avellino. Dov’è Avellino? In Italia. Dov’è l’Italia? Mi ricordo benissimo quel giorno, arrivati a Roma andammo in macchina in Campania. Non sapevo nulla ed ero intimorito. Quando vidi il presidente Sibilia presi ancora più paura. Mi guardava e non parlava. L’allenatore dell’Avellino era Vinicio che aveva chiesto un giocatore con le mie caratteristiche, perfette per il contropiede, a Clerici. Fatto il mio nome, Vinicio parlò subito con Gravina e io inconsapevole finii in Italia. Trovai una bella squadra, che marcava bene in difesa e ripartiva velocemente”.

Nel primo anno ad Avellino Juary segnò 5 gol su 12 partite, esultando con una danza attorno alla bandierina, che conquistò i tifosi del Partenio. La stagione dopo segnerà 8 reti in 22 gare. Successivamente giocherà con Inter, Ascoli e Cremonese prima di vincere la Coppa dei Campioni con il Porto. Alcune di quelle undici transazioni di calciomercato ebbero nel 1980 intoppi burocratici. Il presidente dell’Inter Fraizzoli non era inizialmente riuscito a pagare il miliardo di lire per Prohaska all’Austria Vienna, che già iniziava a protestare, perché quei soldi il ministero italiano per il Commercio estero li aveva bloccati. Anche Bertoni e Van De Korput non furono pagati immediatamente. Poi tutto si risolse. Nel 1981 giunsero in Italia altri sette nuovi calciatori, l’anno dopo addirittura 18 perché intanto si era passato al limite di due stranieri per squadra.

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