La sgradevole sensazione di pretestuosità, trasmessa dal coro terroristico degli stroncatori anti-governativi, cresce insieme alla ragionata consapevolezza che, senza le scelte di tale governo in materia di emergenza Covid-19, ad oggi l’inventario dei morti sarebbe decuplicato. Anche perché, in una tale gragnuola di sentenze accusatorie, la presenza di spudorati “secondi fini” risulta assolutamente palese.

I due oppositori incarogniti Matteo Salvini e Giorgia Meloni, con l’aggiunta della quinta colonna Matteo Renzi, sollevano turbini di minacce e insulti nella speranza di recuperare il ruolo perduto e contenere crolli verticali di popolarità; di fatto riproponendo la sola modalità espressiva nelle proprie corde: la sparata comiziale da campagna elettorale permanente. In evidente lotta sovreccitata per la sopravvivenza.

Per quanto riguarda la stampa destroide – i Vittorio Feltri, gli Alessandro Sallusti, i Maurizio Belpietro – lo sparare grosso antigovernativo risponde indubbiamente al desiderio di blandire il parco lettori captive, ma soprattutto servire il disegno caro ai propri datori di lavoro: sostituire l’attuale maggioranza giallo-rosa con l’ammucchiata con Lega e Fratelli d’Italia che rimetta in gioco anche l’ultraottantenne tycoon Silvio Berlusconi. Bollito ma sempre autocratico.

Una prospettiva speculare a quella dei boss della stampa cosiddetta moderata – Elkann e Cairo – che inseguono l’ipotesi Mario Draghi premier, nella presunzione che uno scafato banchiere tutelerebbe al meglio i loro interessi padronali (e relative rese dei conti, specie per il clan Agnelli quando la fusione tra Fca e Peugeot creerà mattanze di lavoratori nelle fabbriche italiane del gruppo). Comunque meglio del neo presidente confindustriale – il Carlo Bonomi da Crema – emerso da una ghiacciaia anni Cinquanta, quando i cosiddetti “padroni del vapore” – i Costa, i Pesenti, i Dubini e altri “banal grandi” – pensavano di mettere a tacere i critici della loro totale inadeguatezza, quali leader della categoria, bollando di “pregiudizio anti-industriale” ogni pur sommesso “disturbo del manovratore”.

La drammaticità dei giorni che stiamo vivendo rende palesemente grottesca questa pretesa di remare contro per ragioni da retrobottega. Non meno degli anatemi dei porporati Cei, che addebitano “attacchi alla libertà di culto” a un primo ministro – ahimè – con in tasca l’immaginetta di Padre Pio. Imbarazzante!

Come era imbarazzato l’altra sera dalla Gruber il fido berlusconiano Sallusti quando imputava direttamente a Giuseppe Conte quei blocchi burocratici e quelle distorsioni bancarie che rallentano l’erogazione tempestiva dei sussidi deliberati dal governo per la massa degli italiani ormai alla fame. Vergognosi colli di bottiglia che ci trasciniamo dietro da decenni, che il polemista a tassametro vorrebbe mettere in conto all’ultimo venuto con un perentorio: “se non è in grado di risolvere si faccia da parte!”. Per lasciare la parte a chi? Giulio Tremonti? Mario Monti? Qualche altro accademico, profeta fallimentare di riforme amministrative alla Sabino Cassese?

Questo il quadro desolante di una critica cacofonica. E lo dice chi aveva salutato l’avvento di Conte, proprio in questo blog, imputandogli curricula taroccati e inconsistenze varie. Ma di cui ora registra la crescita, caratteriale e politica, prefigurandogli un ruolo di traghettatore verso lidi più sicuri per un Movimento Cinquestelle ormai allo sbando. Magari una sorta di Aldo Moro del Terzo Millennio in sedicesimo.

Perciò risulta particolarmente irritante la critica a prescindere di chi non avrebbe pregiudizi o altre ansie personali al riguardo. Se non la fregola di impancarsi a Piero Calamandrei redivivo.

Mi riferisco alla sparata di Tomaso Montanari dal titolo “Re Conte e sudditi disorientati”, apparsa su Micromega, in cui lo storico dell’arte fiorentino accusa il premier di ogni nequizia (“azzeccagarbugli, familista nauseante, destrorso”) perché nei suoi interventi (definiti “omelie”) tratterebbe i concittadini con modi paternalistici. Nell’incomprensione grave, per chi sta parlando di politica e non di riccioli barocchi, del contesto e delle sfide in corso: una platea nazionale ormai in avanzata nevrotizzazione da clausura, una compagine governativa altamente instabile: i Cinquestelle spaccati al limite della scissione, un Pd altamente condizionabile e senza leadership. Situazione in cui gli esercizi mediatorii andrebbero capiti e rivalutati.

Del resto, un cultore dei modelli politici impareggiabili come Montanari dovrebbe ricordare che – si parva licet – promettendo “lacrime e sangue” pure Winston Churchill si teneva sul vago per necessità.

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