Ti guardo e penso: “In che strano periodo sei nata”. Sì, perché in effetti i nonni li hai conosciuti via webcam, facendo una videocall su whatsApp. Non ha sentito il calore delle loro mani sulle tue guance o la loro presenza fisica tramite un abbraccio. Non siamo riusciti a portati a casa loro, a viaggiare prendendo un aereo e Dio solo sa quando lo faremo.

Quando io sono nato il mondo era diviso in due e oggi sembra essersi frantumato in mille pezzi, con tanti confini invisibili diventati invalicabili perché tentano di proteggerci da un male che non possiamo vedere. Proprio questo virus ci fa avere paura per te. Nelle rare passeggiate bardiamo il passeggino, mettendo un telo in plastica dal quale pensiamo che non possa passare questo nemico insidioso. Tu, da dietro, ci guardi incuriosita. Osservi due volti dai quali emergono quattro occhi sotto i quali c’è qualcosa di bianco che copre le nostre bocche. Ogni tanto, vedi questi pezzi di stoffa avvicinarsi e attaccarsi. Poi uno schiocco che è un bacio, te lo confessiamo.

“Il mondo cambierà dopo questa crisi”, dice mamma. “Non penso”, rispondo pessimista. “Farai parte anche tu di quella generazione costretta a muoversi, ad andare via in cerca di un futuro migliore?”. E’ la domanda che mi faccio guardandoti mentre rimugino sul destino che ha avuto la mia: cornuta e mazziata. Sbeffeggiati quando facevano le loro valigie e se ne andavano dal paese. “Codardi, dovete rimanere”. E chi è rimasto fa la fame, ora ancora di più.

Perché, alla fine, il virus ci ha dato la possibilità di guardare in faccia alle nostre fragilità: a quanto siamo deboli in presenza della morte. Anche se per qualcuno è e continua a essere un gioco, per altri è stata la vita (quella che hanno perso). Il tutto, beffa delle beffe, mentre all’estero, ci sono le migliori intelligenze italiane a lavoro per il vaccino. A casa, in Italia, c’è spesso il peggio che primeggia su un mare di gente buona e valida.

Ora ti guardo, ti vedo piccola, e mai come in questo momento mi è diventata cara la questione di genere. Che mondo ci sarà per voi donne? Avrai il posto che meriti? E io, da uomo, ho fatto e sto facendo abbastanza per darti il futuro dignitose che una donna merita? La risposta è no. Nel mio piccolo non ho agito pensando all’eventualità della tua nascita. Spesso sono caduto nei tranelli della mercificazione del corpo femminile a mezzo stampa. L’ho fatto inconsapevolmente, con l’ingenuità di uno spettatore ma me ne assumo la colpa.

Infine, c’è la questione della tolleranza, cara Matilde. Tu sei figlia di molti paesi. Quale è la tua identità? Sarai tu a sceglierla, se ne avrai bisogno. Ricordandoti sempre che sei figlia dell’immigrazione, come tutti noi. E l’immigrazione comporta sempre sofferenza, che sia dall’Italia, dalla Siria o da qualsiasi altro paese. E’ fatta di lacrime e addii, di occasioni mancate e chiamate al telefono in cui le voci che ascolti diventano sinonimo di radici.

Le tue origini saranno forti perché attecchiscono in un tempo difficile ma ce la caveremo.

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