Tanti anni fa, durante una delle periodiche crisi economiche, tenni una conferenza dal titolo ”La bellezza salverà l’Italia (?)” con il punto interrogativo tra parentesi ad indicare che la risposta positiva fosse possibile. Dubbio più che mai attuale di questi tempi, da cui tutta l’economia uscirà malconcia e dove il settore più sofferente sarà quello del turismo, e in particolare quello culturale, segmento che l’Italia dovrebbe privilegiare e incentivare anziché ostacolare.

Questo comparto trascinerebbe, se ben organizzato, risorse a cascata, poiché l’utente medio è generalmente un turista consapevole, soggiorna poi più a lungo, è ligio alle regole, disponibile alla programmazione e ai consigli di cambiamenti di data. Il distanziamento e quindi anche lo scaglionamento dovrebbero essere la norma, non una misura eccezionale e temporanea, ma definitiva, almeno per le città d’arte, come molti sindaci da sempre invocano.

Uno dei miei primi pezzi su questa testata, il 18 agosto del 2014, verteva proprio su questo tema e, stranamente e incoerentemente, i fautori di questa o quell’altra tesi tendono da sempre ad impedire una soluzione razionale di minore concentrazione, con assembramenti e edifici inadeguati a contenere flussi incontrollati di persone. In sintesi chi auspica un approccio consapevole alle città e luoghi d’arte, in modo tale da non farle giustamente diventare Disneyland, non le vuole però elitarie, ma aperte e gratuite per tutti. E’ evidente una contraddizione perché se sfoltisci ingressi, anche scaglionando ferie, e contingentando, questo non può essere totalmente a costo zero.

D’altra parte il mancato o diminuito introito, da questa logica di sfoltimento, dovrà essere compensato in altro modo, ad esempio con il tanto vituperato nolo di spazi aulici, spazi riadeguati, ad un prezzo equo ma remunerativo, quindi su un listino tariffario stabilito ad esempio dal Mibact, seguendo logiche di mercato, previe garanzie per il decoro e l’immagine del Bene.

I nostri Musei, oberati a volte da un eccessivo numero di opere esposte e non concepiti per mostre temporanee che dovrebbero viceversa essere ospitate in luoghi storici riconvertiti ad hoc (come ad esempio le splendide Scuderie del Quirinale che quest’anno celebrano il Divino Raffaello), dovrebbero essere ripensati con spazi meglio organizzati, biglietterie più ampie, guardaroba e caffetterie più razionali, etc.

Il recupero delle migliaia di immobili demaniali, molti nelle stesse città dei Musei, per alleggerire il carico umano, comporterebbe non solo una possibilità di maggior spazio nelle sale, e di conseguenza una migliore organizzazione della distanza sociale, ma anche un impulso per recuperare e riconvertire, a scopi nobili, immobili fatiscenti.

Questo recupero di immobili storici degradati produrrebbe due benefici: riorganizzare meglio musei e spazi per la Cultura in generale e dare impulso al settore specializzato dell’edilizia del restauro (motore dell’economia, avendo da sempre un rapporto eccezionale di manodopera per euro investito) da anni assurdamente in crisi, in un paese dove il turismo di qualità dovrebbe puntare anche al recupero non solo del singolo monumento, ma dell’intorno, cioè a tutto il tessuto storico della città e dei borghi.

Detto questo, il patrimonio edilizio storico dovrà e potrà essere fruito in tutta sicurezza da normative che già in gran parte esistono e sono dedotte da quella sommatoria di Leggi, Decreti e Circolari appartenenti alla Disciplina di Igiene edilizia, risalenti addirittura al 1923, in molti casi rese ancora più restrittive delle normative regionali e comunali o dalla personale sensibilità di progettisti e Stazioni Appaltanti per quanto riguarda la ristrutturazione o riconversione di edifici storici.

Esempi banali: lo spazio per ogni addetto non inferiore a 4mq, l’altezza non inferiore a 3 metri e il rapporto aeroillluminante secondo la normativa, la maggior dotazione di spazi di sosta e servizi igienici per clienti e addetti uno ogni 10 e per utenti uno a 30 e così via; in ogni caso tutti i progetti vanno da sempre presentati alla locale Azienda Sanitaria che esprime parere prima dell’approvazione.

I vecchi manuali a cui tutti gli Architetti si sono ispirati, i Colombo e il Neufert, indicano anche le giuste distanze tra tavoli nei ristoranti, ancor prima dell’impellente necessità del distanziamento, auspicabile ad un metro e mezzo, e con tavoli di dimensioni maggiori di quelli attualmente in uso adesso – a distanza antidroplet – ma soprattutto la flessibilità degli arredi: mai più tavoli fissati a terra, poltroncine fissate con perni facilmente distanziabili nei teatri e cinema, e poi l’uso di materiali idonei alla pulizia come pavimenti epossidici, e fondamentale la estrema lavabilità e manutenibilità.

In conclusione, dedicando più attenzione al nostro patrimonio artistico, creando le condizioni ideali per visite in tutta sicurezza con l’ausilio di una buona Architettura e sovente delle norme che già esistono, si potrà quasi certamente uscire dalla pesante crisi economica e rigodere tutti della nostra Bellezza.

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